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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

IV
Lars Cleen, appena solo, si sentiva come caduto in un altro mondo, piú luminoso, di cui non conosceva che tre abitanti soli e una casa, anzi una camera. Non si rendeva ragione di quei dispettucci di Venerina. Non si rendeva ragione di nulla. Tendeva l’orecchio ai rumori della via, si sforzava d’intendere; ma nessuna sensazione della vita di fuori riusciva a destare in lui un’immagine precisa. La campana… sì, ma egli vedeva col pensiero una chiesa del suo remoto paese! Un fischio di sirena, ed egli vedeva l’Hammerfest perduto nei mari lontani. E com’era restato una sera, nel silenzio, alla vista della luna, nel vano della finestra! Era pure, era pure la stessa luna ch’egli tante volte in patria, per mare, aveva veduta; ma gli era parso che lì, in quel paese ignoto, ella parlasse ai tetti di quelle case, al campanile di quella chiesa, quasi un altro linguaggio di luce, e l’aveva guardata a lungo, con un senso di sgomento angoscioso, sentendo piú acuta che mai la pena dell’abbandono, il proprio isolamento.
Viveva nel vago, nell’indefinito, come in una sfera vaporosa di sogni. Un giorno, finalmente, s’accorse che sul coperchio della cassetta erano scritte col gesso tre parole: – bet! bet! bet! – così. Domandò col gesto a Venerina che cosa volessero significare, e Venerina, pronta:
– Tu, bet!
Lars Cleen restò a guardarla con gli occhi chiari ridenti e smarriti. Non comprendeva, o meglio non sapeva credere che… No, no – e con le mani le fece segno che avesse pietà di lui che tra poco doveva partire. Venerina scrollò le spalle e lo salutò con la mano.
– Buon viaggio!
– No, no, – fece di nuovo il Cleen col capo, e la chiamò a sè col gesto: aprì la cassetta e ne trasse una veduta fotografica di Trondhjem. Vi si vedeva, tra gli alberi, la maestosa cattedrale marmorea sovrastante tutti gli altri edifici, col camposanto prossimo, ove i fedeli superstiti si recano ogni sabato a ornare di fiori le tombe dei loro morti.
Ella non riuscì a comprendere perché le mostrasse quella veduta.
– Ma mère, ici, – s’affannava a dirle il Cleen, indicandole col dito il cimitero, lì, all’ombra del magnifico tempio. Anche lui, come don Pietro, non era molto padrone della lingua francese, che del resto non serviva affatto con Venerina. Trasse allora dalla cassetta un’altra fotografia: il ritratto d’una giovine. Subito Venerina vi fissò gli occhi, impallidendo. Ma il Cleen si pose accanto al volto il ritratto, per farle vedere che quella giovine gli somigliava.
– Ma soeur, – aggiunse.
Questa volta Venerina comprese e s’ilarò tutta. Se poi quella sorella fosse fidanzata o già moglie del giovane marinajo che aveva recato la cassetta, Venerina non si curò piú che tanto d’indovinare. Le bastò sapere che L’arso era celibe. Sì: ma non doveva ripartire fra pochi giorni? Era già in grado di uscir di casa e di recarsi a piedi, al tramonto, al Molo Vecchio.
Una frotta di monellacci scalzi, stracciati, alcuni ignudi nati, abbruttiti dal sole seguiva ogni volta Lars Cleen in quelle sue passeggiate: lo spiavano, scambiandosi ad alta voce osservazioni e commenti che presto si mutavano in lazzi. Egli, stordito, abbagliato nell’aria che grillava di luce, si voltava ora verso l’uno ora verso l’altro, sorridendo; talora gli toccava di minacciare col bastone i piú insolenti; poi sedeva sul muricciolo della banchina a guardare i bastimenti ormeggiati e il mare infiammato dal riflesso delle nuvole vespertine. La gente si fermava a osservarlo, mentr’egli se ne stava in quell’atteggiamento, tra smarrito ed estatico: lo guardava, come si guarda una gru o una cicogna stanca e sperduta, discesa dall’alto dei cieli. Il berretto di pelo, il pallore del volto e l’estrema biondezza della barba e dei capelli attiravano specialmente la curiosità. Egli alla fine se ne stancava e piano piano rincasava, triste.
Dalla lettera lasciatagli dal compagno, insieme col denaro, sapeva che l’Hammerfest, dopo il viaggio in America, sarebbe ritornato a Porto Empedocle, fra sei mesi. Ne erano trascorsi già tre. Volentieri si sarebbe rimbarcato sul suo piroscafo di ritorno, volentieri si sarebbe riunito ai compagni; ma come trattenersi tre altri mesi, così, senza piú alcuna ragione, nella casa che l’ospitava? Il Mìlio aveva già scritto al console in Palermo per fargli ottenere gratuitamente il rimpatrio. Che fare? partire o attendere? – Decise di consigliarsi col Mìlio stesso, una di quelle sere, al ritorno dalla pesca dei gronghi.
Venerina assistette, dopo cena, a quel dialogo che voleva essere in francese tra lo zio e lo straniero. Dialogo? Si sarebbe detto diverbio piuttosto, a giudicare dalla violenza dei gesti ripetuti con esasperazione dall’uno e dall’altro. Venerina, sospesa, costernata, a un certo punto, nel vedersi additata rabbiosamente dallo zio, diventò di bragia. Eh che! Parlavano dunque di lei? a quel modo? Vergogna, ansia, dispetto le fecero a un tratto impeto dentro, che appena il Cleen si ritirò, saltò su a domandare allo zio:
– Che c’entro io? Che avete detto di me?
– Di te? Niente, – rispose don Pietro, rosso e sbuffante, dopo quella terribile fatica. – Non è vero! Avete parlato di me. Ho capito benissimo. E tu ti sei arrabbiato!
Don Pietro non si raccapezzava ancora.
– Che t’ha detto? Che t’ha inventato? – incalzò Venerina, tutta accesa. – Vuole andarsene? E tu lascialo andare! Non me n’importa nulla, sai, proprio nulla.
Don Paranza restò a guardare ancora un pezzo la nipote, stordito, con la bocca aperta.
– Sei matta? O io…

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