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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

L’infermo teneva gli occhi chiusi: pareva un Cristo di cera, deposto dalla croce. Dormiva o era morto?
Si fecero un po’ piú avanti; ma al lieve rumore, L’infermo schiuse gli occhi, quei grandi occhi celesti, attoniti. Le due donne si strinsero vieppiú tra loro; poi, vedendogli sollevare una mano e far cenno di parlare, scapparono via con un grido, a richiudersi in cucina.
Sul tardi, sentendo il campanello della porta, corsero ad aprire; ma, invece di don Pietro, si videro davanti quel giovane straniero della mattina. La zitellona corse ranca ranca a rintanarsi di nuovo; ma Venerina, coraggiosamente, lo accompagnò nella camera dell’infermo già quasi al bujo, accese una candela e la porse allo straniero, che la ringraziò chinando il capo con un mesto sorriso; poi stette a guardare, afflitta: vide che egli si chinava su quel letto e posava lieve una mano su la fronte dell’infermo, sentì che lo chiamava con dolcezza:
– Cleen… Cleen…
Ma era il nome, quello, o una parola affettuosa?
L’infermo guardava negli occhi il compagno, come se non lo riconoscesse; e allora ella vide il corpo gigantesco di quel giovane marinajo sussultare, lo sentì piangere, curvo sul letto, e parlare angosciosamente, tra il pianto, in una lingua ignota. Vennero anche a lei le lagrime agli occhi. Poi lo straniero, voltandosi, le fece segno che voleva scrivere qualcosa. Ella chinò il capo per significargli che aveva compreso e corse a prendergli l’occorrente. Quando egli ebbe finito, le consegnò la lettera e una borsetta.
Venerina non comprese le parole ch’egli le disse, ma comprese bene, dai gesti e dall’espressione del volto, che le raccomandava il povero compagno. Lo vide poi chinarsi di nuovo sul letto a baciare piú volte in fronte l’infermo, poi andar via in fretta con un fazzoletto su la bocca per soffocare i singhiozzi irrompenti.
Donna Rosolina poco dopo, tutta impaurita, sporse il capo dall’uscio e vide Venerina che se ne stava seduta, lì, come se nulla fosse, assorta, e con gli occhi lacrimosi.
– Ps, ps! – la chiamò, e col gesto le disse: – che fai? sei matta?
Venerina le mostrò la lettera e la borsetta, che teneva ancora in mano, e le accennò d’entrare. Non c’era piú da aver paura. Le narrò a bassa voce la scena commovente tra i due compagni, e la pregò che sedesse anche lei a vegliare quel poveretto che moriva abbandonato.
Nel silenzio della sera sopravvenuta sonò a un tratto, acuto, lungo, straziante, il fischio d’una sirena, come un grido umano.
Venerina guardò la zia, poi l’infermo sul letto, avvolto nell’ombra, e disse piano:
– Se ne vanno. Lo salutano.

III
– Dio, come si dice bestia in francese?
Pietro Mìlio, che stava a lavarsi in cucina, si voltò con la faccia grondante a guardare la nipote:
– Perché? Vorresti chiamarmi in francese? Si dice bête, figlia mia: bête, bête! E dimmelo forte, sai!
Altro che bestia si meritava d’esser chiamato. Da circa due mesi teneva in casa e cibava come un pollastro quel marinajo piovutogli dal cielo. A Girgenti – manco a dirlo! – non aveva potuto trovargli posto all’ospedale. Poteva buttarlo in mezzo alla strada? Aveva scritto al Console di Palermo – ma sì! – Il Console gli aveva risposto che desse ricetto e cura al marinajo dell’Hammerfest, fin tanto che esso non fosse guarito, o – nel caso che fosse morto – gli desse sepoltura per bene, che delle spese poi avrebbe avuto il rimborso.
Che genio, quel Console! Come se lui, Pietro Mìlio, potesse anticipare spese e dare alloggio ai malati. Come? dove? Per l’alloggio, sì: aveva ceduto all’infermo il suo letto, e lui a rompersi le ossa sul divanaccio sgangherato che gli cacciava tra le costole le molle sconnesse, così che ogni notte sognava di giacer lungo disteso sulle vette di una giogaja di monti. Ma per la cura, poteva andare dal farmacista, dal droghiere, dal macellajo a prender roba a credito, dicendo che la Norvegia avrebbe poi pagato? Lì, boghe e cefaletti, il giorno, e gronghi la sera, quando ne pescava; e se no, niente!
Eppure quel povero diavolo era riuscito a non morire! Doveva essere a prova di bomba, se non ci aveva potuto neanche il medico del paese, che aveva tanto buon cuore e tanta carità di prossimo da ammazzare almeno un concittadino al giorno. Non diceva così, perché in fondo volesse male a quel povero straniero; no, ma – porco diavolo! – esclamava don Pietro – chi piú poveretto di me?
Manco male che, fra pochi giorni, si sarebbe liberato. Il Norvegese, ch’egli chiamava L’arso (si chiamava Lars Cleen), era già entrato in convalescenza, e di lì a una, a due settimane al piú, si sarebbe potuto mettere in viaggio
Ne era tempo, perché donna Rosolina non voleva piú saperne di fare la guardia alla nipote: protestava d’esser nubile anche lei e che non le pareva ben fatto che due donne stessero a tener compagnia a quell’uomo ch’ella credeva veramente turco, e perciò fuori della grazia di Dio. Già si era levato di letto, poteva muoversi e… e… non si sa mai!
Donna Rosolina non aggiungeva, in queste rimostranze a don Pietro, che il contegno di Venerina, verso il convalescente, da un pezzo non le garbava piú.
Il convalescente pareva uscito dalla malattia mortale quasi di nuovo bambino. Il sorriso, lo sguardo degli occhi limpidi avevano proprio una espressione infantile. Era ancora magrissimo; ma il volto gli s’era rasserenato, la pelle gli si ricoloriva leggermente; e gli spuntavano piú biondi, lievi, aerei, i capelli che gli erano caduti durante la malattia.

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