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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

Sì, e se qualche giorno non gli riusciva di pigliar pesci, correva il rischio d’andare a letto digiuno, lui e la nipote, quella povera orfana lasciatagli dal fratello, anche lui così fortunato che appena sbarcato in America vi era morto di febbre gialla. Ma don Paranza aveva in compenso le medaglie del Quarantotto e del Sessanta.
Con la canna della lenza in mano e gli occhi fissi al sughero galleggiante, assorto nei ricordi della sua lunga vita, gli avveniva spesso di tentennare amaramente il capo. Guardava le due scogliere del nuovo porto, ora tese al mare come due lunghe braccia per accogliere in mezzo il piccolo Molo Vecchio, al quale, in grazia della banchina, era stato serbato l’onore di tener la sede della Capitaneria e la bianca torre del faro principale; guardava il paese che gli si stendeva davanti agli occhi, da quella torre detta il Rastiglio a piè del Molo fino alla stazione ferroviaria laggiú e gli pareva che, come su lui gli anni e i malanni, così fossero cresciute tutte quelle case là, quasi l’una su l’altra, fino ad arrampicarsi all’orlo dell’altipiano marnoso che incombeva sulla spiaggia col suo piccolo e bianco cimitero lassú, col mare davanti, e dietro la campagna. La marna infocata, colpita dal sole cadente, splendeva bianchissima, mentre il mare, d’un verde cupo, di vetro, presso la riva, s’indorava tutto nella vastità tremula dell’ampio orizzonte chiuso da Punta Bianca a levante, da Capo Rossello a ponente.
Quell’odore del mare tra le scogliere, l’odore del vento salmastro che certe mattine nel recarsi alla pesca lo investiva così forte da impedirgli il respiro o il passo facendogli garrire addosso la giacca e i calzoni, l’odore speciale che la polvere dello zolfo sparsa dappertutto dava al sudore degli uomini affaccendati, l’odore del catrame, l’odore dei salati, l’afrore che esalava sulla spiaggia dalla fermentazione di tutto quel pacciame d’alghe secche misto alla rena bagnata, tutti gli odori di quel paese cresciuto quasi con lui erano così pregni di ricordi per don Paranza che, non ostante la miseria della sua vita, era per lui un rammarico pensare che gli anni che facevano lui vecchio erano invece la prima infanzia del paese; tanto vero che il paese prendeva sempre piú, di giorno in giorno, vita coi giovani, e lui vecchio era lasciato indietro, da parte e non curiato. Ogni mattina, all’alba, dalla scalinata di Montoro, il grido tre volte ripetuto d’un banditore dalla voce formidabile chiamava tutti al lavoro sulla spiaggia:
– Uomini di mare, alla fatica!
Don Paranza li udiva dal letto, ogni alba, quei tre appelli e si levava anche lui, ma per andarsene alla pesca, brontolando. Mentre si vestiva, sentiva giú stridere i carri carichi di zolfo, carri senza molle, ferrati, traballanti sul bracciale fradicio dello stradone polveroso popolato di magri asinelli bardati, che arrivavano a frotte, anch’essi con due pani di zolfo a contrappeso. Scendendo alla spiaggia, vedeva le spigonare, dalla vela triangolare ammainata a metà su l’albero, in attesa del carico, oltre il braccio di levante, lungo la riva, sulla quale si allineava la maggior parte dei depositi di zolfo. Sotto alle cataste s’impiantavano le stadere, sulle quali lo zolfo era pesato e quindi caricato sulle spalle degli uomini di mare protette da un sacco commesso alla fronte. Scalzi, in calzoni di tela, gli uomini di mare recavano il carico alle spigonare, immergendosi nell’acqua fino all’anca, e le spigonare, appena cariche, sciolta la vela, andavano a scaricare lo zolfo nei vapori mercantili ancorati nel porto o fuori. Così, fino al tramonto del sole, quando lo scirocco non impediva l’imbarco.
E lui? Lui lì, con la canna della lenza in mano. E non di rado, scotendo rabbiosamente quella canna, gli avveniva di borbottare nella barba lanosa che contrastava col bruno della pelle cotta dal sole e con gli occhi verdastri e acquosi:
– Porco diavolo! Non m’hanno lasciato neanche pesci nel mare!

II
Seduta sul letto, coi capelli neri tutti arruffati e gli occhi gonfi dal sonno, Venerina non si risolveva ancora a uscire dalla sua cameretta, quando udì per la scala uno scalpiccio confuso tra ànsiti affannosi e la voce dello zio che gridava:
Piano, piano! Eccoci arrivati.
Corse ad aprire la porta; s’arrestò sgomenta, stupita, esclamando:
– Oh Dio! Che è?
Davanti alla porta, per l’angusta scala, una specie di barella sorretta penosamente da un gruppo di marinai ansanti, costernati. Sotto un ampia coperta d’albagia qualcuno stava a giacere su quella barella.
– Zio! zio! – gridò Venerina.
Ma la voce dello zio le rispose dietro quel gruppo di uomini che s’affannava a salire gli ultimi gradini.
– Niente: non ti spaventare! Ho fatto pesca anche stamattina! La grazia di Dio non ci abbandona. Piano, piano figliuoli: siamo arrivati. Qua, entrate. Ora lo adageremo sul mio letto.
Venerina vide accanto allo zio un giovane di statura gigantesca, straniero all’aspetto, biondo, e dal volto un po’ affumicato, che reggeva sotto il braccio una cassetta: poi chinò gli occhi su la barella, che i marinai, per riprender fiato, avevano deposta presso l’entrata, e domando:
– Chi è? Che è avvenuto?
– Pesce di nuovo genere, non ti confondere! – le rispose don Pietro, promovendo il sorriso dei marinai che s’asciugavano la fronte. – Vera grazia di Dio! Su, figliuoli: sbrighiamoci. Di qua, sul mio letto.
E condusse i marinai col triste carico nella sua camera ancora sossopra.

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