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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

VIII
Superato il primo impaccio, vivissimo, della improvvisa intrinsechezza piú che ogni altra intima, con un uomo che le pareva ancora quasi piovuto dal cielo, Venerina prese a proteggere e a condurre per mano, come un bambino, il marito incantato dagli spettacoli che gli offriva la campagna, quella natura per lui così strana e quasi violenta.
Si fermava a contemplare a lungo certi tronchi enormi, stravolti, d’olivi, pieni di groppi, di sproni, di giunture storpie, nodose, e non rifiniva d’esclamare:
– Il sole! il sole! – come se in quei tronchi vedesse viva, impressa, tutta quella cocente rabbia solare, da cui si sentiva stordito e quasi ubriacato.
Lo vedeva da per tutto, il sole, e specialmente negli occhi e nelle labbra ardenti e socchiuse di Venerina, che rideva di quelle sue meraviglie e lo trascinava via, per mostrargli altre cose che le parevano piú degne d’esser vedute: la grotta del Cioccafa, per esempio. Ma egli si arrestava, quando ella se l’aspettava meno, davanti a certe cose per lei così comuni.
– Ebbene, fichi d’India. Che stai a guardare?
Proprio un fanciullo le pareva, e gli scoppiava a ridere in faccia, dopo averlo guardato un po’, così allocchito per niente! e lo scoteva, gli soffiava sugli occhi, per rompere quello stupore che talvolta lo rendeva attonito.
– Svegliati! svegliati!
E allora egli sorrideva, l’abbracciava, e si lasciava condurre, abbandonato a lei, come un cieco.
Ricadeva sempre a parlare, con le stesse frasi d’orrore, della famiglia del garzone, a cui entrambi avevano fatto la visita promessa. Non si poteva dar pace che quella gente abitasse lì, in quella stanzaccia, ch’era divenuta quasi una grotta fumida e fetida, e invano Venerina gli ripeteva:
– Ma se togli loro l’asino, il porcellino e le galline dalla camera, non vi possono piú dormire in pace. Devono star lì tutti insieme; fanno una famiglia sola.
– Orribile! orribile! – esclamava egli, agitando in aria le mani.
E quel povero ragazzo, lì, sul pagliericcio per terra, ingiallito dalle febbri continue e quasi ischeletrito? Lo curavano con certi loro decotti infallibili. Sarebbe guarito come erano guariti gli altri. E, intanto, il poverino, che pena! se ne stava a rosicchiare, svogliato, un tozzo di pan nero.
– Non ci pensare! – gli diceva Venerina, che pur se ne affliggeva, ma non tanto, sapendo che la povera gente vive così. Credeva che dovesse saperlo anche lui, il marito, e perciò, nel vederlo così afflitto, sempre piú si raffermava nell’idea che egli fosse di una bontà non comune, quasi morbosa, e questo le dispiaceva.
Passarono presto quei dieci giorni in campagna. Ritornati in paese, Venerina accompagnò fino al vaporetto il marito, ma non volle imbarcarsi con lui per il viaggio di nozze concesso dal Di Nica.
Don Pietro ve la spingeva.
– Vedrai Tunisi, che quei cari nostri fratelli francesi, sempre aggraziati, ci hanno presa di furto. Vedrai Malta, dove tuo zio bestione andò a rovinarsi. Magari potessi venirci anch’io! Vedresti di che cuore mi schiaffoggerei, se m’incontrassi con me stesso per le vie de La Valletta, com’ero allora, giovane patriota imbecille.
No, no; Venerina non volle saperne: il mare le faceva paura, e poi si vergognava, in mezzo a tutti quegli uomini.
– E non sei con tuo marito? –– insisteva don Pietro. – Tutte così, le nostre donne! Non debbono far mai piacere ai loro uomini. Tu che ne dici? – domandava al Cleen.
Non diceva nulla, lui: guardava Venerina col desiderio di averla con sé, ma non voleva che ella facesse un sacrifizio o che avesse veramente a soffrire del viaggio.
– Ho capito! – concluse don Paranza, – sei un gran babbalacchio!
Lars non comprese la parola siciliana dello zio, ma sorrise vedendo riderne tanto Venerina. E, poco dopo, partì solo.
Appena si fu allontanato dal porto, dopo gli ultimi saluti col fazzoletto alla sposa che agitava il suo dalla banchina del Molo e ormai quasi non si distingueva piú, egli provò istintivamente un gran sollievo, che pur lo rese piú triste, a pensarci. S’accorse ora, lì, solo davanti allo spettacolo del mare, d’aver sofferto in quei dieci giorni una grande oppressione nell’intimità pur tanto cara con la giovane sposa. Ora poteva pensare liberamente, espandere la propria anima, senza dover piú sforzare il cervello a indovinare, a intendere i pensieri, i sentimenti di quella creatura tanto diversa da lui e che tuttavia gli apparteneva così intimamente.
Si confortò sperando che col tempo si sarebbe adattato alle nuove condizioni d’esistenza, si sarebbe messo a pensare, a sentire come Venerina, o che questa, con l’affetto, con l’intimità sarebbe riuscita a trovar la via fino a lui per non lasciarlo piú solo, così, in quell’esilio angoscioso della mente e del cuore.

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