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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

– Le tende! I cortinaggi! – strillava donna Rosolina, provandosi a correr dietro l’impetuosa nipote.
– Lasci che prendano un po’ d’aria! Guardi guardi come respirano! Ah che delizia!
– Sì, ma, con la luce, perdono il colore.
– Non sono di broccato, zia!
Quell’oretta passata lassú con gli sposi fu un vero supplizio per donna Rosolina. Soffrì nel veder toccare questo o quell’oggetto, come se si fosse sentita strappare quei mezzi riccetti unti di tintura che le circolavano la fronte; soffrì nel vedere entrare coi pesanti scarponi ferrati la famiglia del garzone per porgere gli omaggi agli sposini.
Stava quel garzone a guardia del podere e abitava con la famiglia nel cortile acciottolato della villa, con la cisterna in mezzo, in una stanzaccia buja: casa e stalla insieme. Perplesso, se avesse fatto bene o male, recava in dono un paniere di frutta fresche.
Lars Cleen contemplava stupito quegli esseri umani che gli parevano d’un altro mondo, vestiti a quel modo, così anneriti dal sole. Gli parevano siffattamente strani e diversi da lui, che si meravigliava poi nel veder loro battere le palpebre, com’egli le batteva, e muovere le labbra, com’egli le moveva Ma che dicevano?
Sorridendo, la moglie del garzone annunziava che uno dei cinque figliuoli, il secondo, aveva le febbri da due mesi e se ne stava lì, su lo strame, come un morticino.
– Non si riconosce piú, figlio mio!
Sorrideva, non perché non ne sentisse pena, ma per non mostrare la propria afflizione mentre i padroni erano in festa.
– Verrò a vederlo, – le promise Venerina.
– Nonsi! Che dice, Voscenza? – esclamò angustiata la contadina. – Ci lasci stare, noi poveretti. Voscenza, goda. Che bello sposo! Ci crede che non ho il coraggio di guardarlo?
– E me? – domandò don Paranza. – Non sono bello io? E sono pure sposo, oh! di donna Rosolina. Due coppie!
– Zitto là! – gridò questa, sentendosi tutta rimescolare – Non voglio che si dicano neppure per ischerzo, certe cose!
Venerina rideva come una matta.
– Sul serio! sul serio! – protestava don Pietro.
E insistette tanto su quel brutto scherzo, per far festa alla nipote, che la zitellona non volle tornarsene sola con lui, in carrozza, al paese. Ordinò al garzone che montasse in cassetta, accanto al cocchiere.
– Le male lingue… non si sa mai! con un mattaccio come voi.
– Ah, cara donna Rosolina! che ne volete piú di me, ormai? non posso farvi piú nulla io! – le disse don Pietro in carrozza, di ritorno, scotendo la testa e soffiando per il naso un gran sospiro, come se si sgonfiasse di tutta quell’allegria dimostrata alla nipote. – Vorrei aver fatto felice quella povera figliuola!
Gli pareva di aver raggiunto ormai lo scopo della sua lunga, travagliata, scombinata esistenza. Che gli restava piú da fare ormai? mettersi a disposizione della morte, con la coscienza tranquilla, sì, ma angosciata. Altri quattro giorni di noja… e poi, lì.
La carrozza passava vicino al camposanto, aereo su l’altipiano che rosseggiava nei fuochi del tramonto.
– Lì, e che ho concluso?
Donna Rosolina, accanto a lui, con le labbra appuntite e gli occhi fissi, acuti, si sforzava d’immaginare che cosa facessero in quel momento gli sposi, rimasti soli, e dominava le smanie da cui si sentiva prendere e che si traducevano in acre stizza contro quell’omaccio, ormai vecchio, che le stava a fianco. Si voltò a guardarlo, lo vide con gli occhi chiusi: credette che dormisse.
– Su, su, a momenti siamo arrivati.
Don Pietro riaprì gli occhi rossi di pianto contenuto, e brontolò:
– Lo so, sposina. Penso ai gronghi di questa sera. Chi me li cucina?

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