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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

Venerina n’era furibonda.
– Storpiane qualcuno! Da’ una buona lezione! Possibile che tu debba diventare lo zimbello del paese?
– Bei consigli! – sbuffava don Pietro. – Invece di raccomandargli la prudenza!
– Con questi cani? Il bastone ci vuole, il bastone!
– Smetteranno, smetteranno, sta’ quieta, appena L’arso avrà imparato.
– Lars! – gridava Venerina, infuriandosi ora anche contro lo zio che chiamava a quel modo il fidanzato, come tutto il paese.
– Ma se è lo stesso! – sospirava, seccato, don Pietro, alzando le spalle.
– Càmbiati codesto nome! – ripigliava Venerina, esasperata, rivolta al Cleen. – Bel piacere sentirsi chiamare la moglie de L’arso!
– E non ti chiamano adesso la nipote di Don Paranza? Che male c’è? Lui L’arso, e io, Paranza. Allegramente!
Non rideva piú, ora, Venerina nell’insegnare al fidanzato la propria lingua: certe bili anzi ci pigliava!
– Vedi? – gli diceva. – Si sa che ti burlano, se dici casi! Chiaro, chiaro! Ci vuol tanto, Maria Santissima?
Il povero Cleen – che poteva fare? – sorrideva, mansueto, e si provava a pronunziar meglio. Ma poi, dopo due giorni, doveva ripartire; e di quelle lezioni, così spesso interrotte non riusciva a profittare quanto Venerina avrebbe desiderato.
– Sei come l’uovo, caro mio!
Questi dispettucci parevano puerili a don Pietro, condannato a far la guardia, e se ne infastidiva. La sua presenza intanto impacciava peggio il Cleen, che non arrivava ancora a comprendere perché ci fosse bisogno di lui: non era egli il fidanzato di Venerina? non poteva uscir solo con lei a passeggiare lassú, su l’altipiano, in campagna? Lo aveva proposto un giorno; ma dalla stessa Venerina si era sentito domandare:
– Sei pazzo? – Perché?
– Qua i fidanzati non si lasciano soli, neppure per un momento.
– Ci vuole il lampione! – sbuffava don Pietro
E il Cleen s’avviliva di tutte queste costrizioni, che gli ammiserivano lo spirito e lo intontivano. Cominciava a sentire una sorda irritazione, un segreto rodio, nel vedersi trattato, in quel paese, e considerato quasi come uno stupido e temeva di istupidirsi davvero.

VII
Ma che non fosse stupido, lo sapeva bene padron Di Nica, dal modo con cui gli disimpegnava le commissioni e gli affari con quei ladri agenti di Tunisi e di Malta. Non voleva dirlo – al solito – non per negare il merito e la lode, ma per le conseguenze della lode, ecco.
Credette tuttavia di dimostrargli largamente quanto fosse contento di lui con l’accordargli dieci giorni di licenza, nell’occasione del matrimonio.
– Pochi, dieci giorni? Ma bastano, caro mio! – disse a don Pietro che se ne mostrava mal contento. – Vedrai, in dieci giorni, che bel figliuolo maschio ti mettono su! Potrei al massimo concedere che, rimbarcandosi, si porti la sposa a Tunisi, e a Malta, per un viaggetto di nozze. È giovine serio: mi fido. Ma non potrei di piú.
Spiritò alla proposta di don Pietro di far da testinionio nelle nozze.
– Non per quel buon giovine, capirai; ma se, Dio liberi, mi ci provassi una volta, non farei piú altro in vita mia. Niente, niente, caro Pietro! Manderò alla sposa un regaluccio, in considerazione della nostra antica amicizia, ma non lo dire a nessuno: mi raccomando!
Dal canto suo, la zia donna Rosolina si strizzò, si strizzò in petto il buon cuore che Dio le aveva dato e venne fuori con un altro regaluccio a Venerina: un pajo d’orecchini a pendaglio, del mille e cinque. Faceva però la finezza di offrire agli sposi, per quei dieci giorni di luna di miele, la sua campagna sotto il Monte Cioccafa.
– Purché, la mobilia, mi raccomando!
Camminavano sole quelle quattro seggiole sgangherate, a chiamarle col frullo delle dita, dai tanti tarli che le popolavano! E il tanfo di rinchiuso in quella decrepita stamberga, perduta tra gli alberi lassú, era insopportabile.
Subito Venerina, arrivata in carrozza con lo sposo, e i due zii, dopo la celebrazione del matrimonio, corse a spalancare tutti i balconi e le finestre.

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