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LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

VI

Il vaporetto del Di Nica compiva, l’ultima notte di maggio, il suo terzo viaggio da Tunisi. Fra un’ora, verso l’alba, il vaporetto sarebbe approdato al Molo Vecchio. A bordo dormivano tutti, tranne il timoniere a poppa e il secondo di guardia sul ponte di comando.
Il Cleen aveva lasciato la sua cuccetta, e da un pezzo, sul cassero, se ne stava a mirare la luna declinante di tra le griselle del sartiame, che vibrava tutto alle scosse cadenzate della macchina. Provava un senso di opprimente angustia, lì, su quel guscio di noce, in quel mare chiuso, e anche… sì, anche la luna gli pareva piú piccola, come se egli la guardasse dalla lontananza di quel suo esilio, mentr’ella appariva grande là, su l’oceano, di tra le sartie dell’Hammerfest donde qualcuno dei suoi compagni forse in quel punto la guardava. Lì egli con tutto il cuore era vicino. Chi era di guardia, a quell’ora, su l’Hammerfest? Chiudeva gli occhi e li rivedeva a uno a uno, i suoi compagni: li vedeva salire dai boccaporti; vedeva, vedeva col pensiero il suo piroscafo, come se egli proprio vi fosse; bianco di salsedine, maestoso e tutto sonante. Udiva lo squillo della campana di bordo; respirava l’odore particolare della sua antica cuccetta; vi si chiudeva a pensare, a fantasticare. Poi riapriva gli occhi, e allora, non già quello che aveva veduto ricordando e fantasticando gli sembrava un sogno, ma quel mare lì, quel cielo, quel vaporetto, e la sua presente vita. E una tristezza profonda lo invadeva, uno smanioso avvilimento. I suoi nuovi compagni non lo amavano, non lo comprendevano, né volevano comprenderlo; lo deridevano per il suo modo di pronunziare quelle poche parole d’italiano che già era riuscito a imparare; e lui, per non far peggio, doveva costringere la sua stizza segreta a sorridere di quel volgare e stupido dileggio. Mah! Pazienza. L’avrebbero smesso, col tempo. A poco a poco, egli, con l’uso continuo e l’ajuto di Venerina, avrebbe imparato a parlare correttamente. Ormai, era detto: lì, in quel borgo, lì, su quel guscio e per quel mare, tutta la vita.
Incerto come si sentiva ancora, nella nuova esistenza, non riusciva a immaginare nulla di preciso per l’avvenire. Può crescere l’albero nell’aria, se ancora scarse e non ben ferme ha le radici nella terra? Ma questo era certo, che lì ormai e per sempre la sorte lo aveva trapiantato.
L’Hammerfest, che doveva ritornare dall’America tra sei mesi, non era piú ritornato. La sorella, a cui egli aveva scritto per darle notizia della sua malattia mortale e annunziarle il fidanzamento, gli aveva risposto da Trondhjem con una lunga lettera piena d’angoscia e di lieta meraviglia, e annunziato che l’Hammerfest a New York aveva ricevuto un contr’ordine ed era stato noleggiato per un viaggio nell’India, come le aveva scritto il marito. Chi sa, dunque, se egli lo avrebbe piú riveduto. E la sorella?
Si alzò, per sottrarsi all’oppressione di quei pensieri. Aggiornava. Le stelle erano morte nel cielo crepuscolare; la luna smoriva a poco a poco. Ecco laggiú, ancora accesa, la lanterna verde del Molo.
Don Paranza e Venerina aspettavano l’arrivo del vaporetto, dalla banchina. Nei due giorni che il Cleen stava a Porto Empedocle, don Pietro non si recava alla pesca; gli toccava di far la guardia ai fidanzati, poiché quella scimunita di donna Rosolina non s’era voluta prestare neanche a questo: prima perché nubile (e il suo pudore si sarebbe scottato al fuoco dell’amore di quei due), poi perché quel forestiere le incuteva soggezione.
– Avete paura che vi mangi? – le gridava don Paranza. – Siete un mucchio d’ossa, volete capirlo?
Non voleva capirlo, donna Rosolina. E non s’era voluta disfare di nulla, in quella occasione, neppure d’un anellino, fra tanti che ne aveva, per dimostrare in qualche modo il suo compiacimento alla nipote.
– Poi, poi, – diceva.
Giacché pure, per forza, un giorno o l’altro, Venerina sarebbe stata l’erede di tutto quanto ella possedeva: della casa, del poderetto lassú, sotto il Monte Cioccafa, degli ori e della mobilia e anche di quelle otto coperte di lana che ella aveva intrecciate con le sue proprie mani, nella speranza non ancora svanita di schiacciarvi sotto un povero marito.
Don Paranza era indignato di quella tirchieria; ma non voleva che Venerina mancasse di rispetto alla zia.
– È sorella di tua madre! Io poi me ne debbo andare prima di lei per legge di natura, e da me non hai nulla da sperare. Lei ti resterà. e bisogna che te la tenga cara. Le farai fare un po’ di corte dal tuo marito, e vedrai che gioverà. Del resto, per quel poco che il Signore può badare a uno sciocco come me, stai sicura che ci ajuterà.
Erano venuti, infatti, dal consolato della Norvegia quei pochi quattrinucci per il mantenimento prestato al Cleen. Aveva potuto così comperare alcuni modesti mobili, i piú indispensabili, per metter su, alla meglio, la casa degli sposi. Erano anche arrivate da Trondhjem le carte del Cleen.
Venerina era così lieta e impaziente, quella mattina, di mostrare al fidanzato la loro nuova casetta già messa in ordine! Ma, poco dopo, quando il vaporetto finalmente si fu ormeggiato nel Molo e il Cleen poté scenderne, quella sua gioja fu improvvisamente turbata dalla stizza, udendo il saluto che gli altri marinai rivolgevano, quasi miagolando, al suo fidanzato:
– Bon cion! Bon cion!
– Brutti imbecilli! – disse tra i denti, voltandosi a fulminarli con gli occhi.
Il Cleen sorrideva, e Venerina si stizzì allora maggiormente.
– Ma non sei buono da rompere il grugno a qualcuno, di’ un po’? Ti lasci canzonare così, sorridendo, da questi mascalzoni?
– Eh via! – disse don Paranza. – Non vedi che scherzano, tra compagni?
– E io non voglio! – rimbeccò Venerina, accesa di sdegno. – Scherzino tra loro, e non stupidamente, con un forestiere che non può loro rispondere per le rime.
Si sentiva, quasi quasi, messa in berlina anche lei. Il Cleen la guardava, e quegli sguardi fieri gli parevano vampate di passione per lui: gli piaceva quello sdegno; ma ogni qualvolta gli veniva di manifestarle ciò che sentiva o di confidarle qualcosa, gli pareva d’urtare Contro un muro, e taceva e sorrideva, senza intendere che quella bontà sorridente, in certi casi, non poteva piacere a Venerina.
Era colpa sua, intanto, se gli altri erano maleducati? se egli ancora non poteva uscire per le strade, che subito una frotta di monellacci non lo attorniasse? Minacciava, e faceva peggio: quelli si sbandavano con grida e lazzi e rumori sguajati.

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