Footer menù

LONTANO di Luigi Pirandello | Testo

I
Dopo aver cercato inutilmente dappertutto questo e quel capo di vestiario e avere imprecato: – Porco diavolo! – non si sa quante tra sbuffi e grugniti e ogni sorta di gesti irosi, alla fine Pietro Mìlio (o Don Paranza come lo chiamavano in paese) sentì il bisogno d’offrirsi uno sfogo andando a gridare alla parete che divideva la sua camera da quella della nipote Venerina:
– Dormi, sai! fino a mezzogiorno, cara. Ti avverto però che oggi non c’è lo sciocco che piglia pesci per te.
E veramente quella mattina don Paranza non poteva andare alla pesca, come da tanti anni era solito. Gli toccava invece (porco diavolo!) vestirsi di gala, o impeparsi secondo il suo modo di dire. Già! perché era viceconsole, lui, di Svezia e Norvegia. E Venerina, che dalla sera avanti sapeva del prossimo arrivo del nuovo piroscafo norvegese – ecco qua – non gli aveva preparato né la camicia inamidata, né la cravatta, né i bottoni, né la finanziera: nulla, insomma.
In due cassetti del canterano, in luogo delle camice, aveva intravisto una fuga di spaventatissimi scarafaggi.
– Comodi! Comodi! Scusate del disturbo!
Nel terzo, una sola camicia, chi sa da quanto tempo inamidata, ingiallita. Don Paranza l’aveva tratta fuori con due dita, cautamente, come se anche quella avesse temuto abitata dai prolifici animaletti dei due piani superiori; poi, osservando il collo, lo sparato e i polsini sfilacciati:
– Bravi! – aveva aggiunto. – Avete messo barba? E s’era dato a stropicciare sulle sfilàcciche un mozzicone di candela stearica.
Era chiaro che tutte le altre camice (che non dovevano poi esser molte) stavano ad aspettare da mesi dentro la cesta della biancheria da mandare al bucato i vapori mercantili di Svezia e di Norvegia.
Viceconsole della Scandinavia a Porto Empedocle, don Paranza faceva nello stesso tempo anche da interprete su i rari piroscafi che di là venivano a imbarcar zolfo. A ogni vapore una camicia inamidata: non piú di due o tre l’anno. Per amido, poca spesa.
Certo non avrebbe potuto vivere con gli scarsi proventi di questa saltuaria professione, senza l’ajuto della pesca giornaliera e di una misera pensioncina di danneggiato politico. Perché, sissignori, bestia non era soltanto da ieri – come egli stesso soleva dire: – bestione era sempre stato: aveva combattuto per questa cara patria, e s’era rovinato.
Cara–patria perciò era anche il nome con cui chiamava qualche volta la sua miserabile finanziera.
Venuto da Girgenti ad abitare alla Marina, come allora si chiamavano quelle quattro casucce sulla spiaggia, alle cui mura, spirando lo scirocco, venivano a rompersi furibondi i cavalloni, si ricordava di quando Porto Empedocle non aveva che quel piccolo molo, detto ora Molo Vecchio, e quella torre alta, fosca, quadrata, edificata forse per presidio dagli Aragonesi, al loro tempo, e dove si tenevano ai lavori forzati i galeotti: i soli galantuomini del paese, poveretti!
Allora sì Pietro Mìlio faceva denari a palate! Di interpreti, per tutti i vapori mercantili che approdavano nel porto, non c’era altri che lui e quella pertica sbilenca di Agostino Di Nica, che gli veniva appresso, allora, come un cagnolino affamato per raccattar le briciole ch egli lasciava cadere. I capitani, di qualunque nazione fossero, dovevano contentarsi di quelle quattro parole di francese che scaraventava loro in faccia, imperterrito, con pretto accento siciliano: – mossiurre, sciosse, ecc.
– Ma la cara patria! la cara patria!
Una sola, veramente, era stata la bestialità di don Paranza: quella di aver avuto vent’anni, al Quarantotto. Se ne avesse avuti dieci o cinquanta, non si sarebbe rovinato. Colpa involontaria, dunque. Nel bel meglio degli affari, compromesso nelle congiure politiche, aveva dovuto esulare a Malta. La bestialità d’averne ancora trentadue al Sessanta era stata, si sa! conseguenza naturale della prima. Già a Malta, a La Valletta, in quei dodici anni, s’era fatto un po’ di largo, ajutato dagli altri fuorusciti. Ma il Sessanta! Ci pensava e fremeva ancora. A Milazzo, una palla in petto: e di quel regalo d’un soldato borbonico misericordioso non aveva saputo approfittare: – era rimasto vivo!
Tornato a Porto Empedocle, aveva trovato il paese cresciuto quasi per prodigio, a spese della vecchia Girgenti che, sdrajata su l’alto colle a circa quattro miglia dal mare, si rassegnava a morir di lenta morte, per la quarta o la quinta volta, guardando da una parte le rovine dell’antica Acragante, dall’altra il porto del nascente paese. E al suo posto il Mìlio aveva trovato tant’altri interpreti, uno piú dotto dell’altro, in concorrenza fra loro.
Agostino Di Nica, dopo la partenza di lui per l’esilio, rimasto solo, s’era fatto d’oro e aveva smesso di far l’interprete per darsi al commercio con un vaporetto di sua proprietà, che andava e veniva come una spola tra Porto Empedocle e le due vicine isolette di Lampedusa e di Pantelleria.
– Agostino, e la patria?
Il Di Nica, serio serio, picchiava con una mano su i dindi del taschino del panciotto:
– Eccola qua!
Era rimasto però tal quale, bisognava dirlo, senza superbia. Madre natura, nel farlo, non s’era dimenticata del naso. Che naso! Una vela! In capo, quella stessa berrettina di tela, dalla visiera di cuojo; e a tutti coloro che gli domandavano perché, con tanti bei denari, non si concedesse il lusso di portare il cappello:
– Non per il cappello, signori miei, – rispondeva invariabilmente, – ma per le conseguenze del cappello.
Beato lui! « A me, invece, » pensava don Paranza, « con tutta la mia miseria, mi tocca d’indossare la finanziera e d’impiccarmi in un colletto inamidato. Sono viceconsole, io! »

No comments yet.

Lascia un commento

Unable to load the Are You a Human PlayThru™. Please contact the site owner to report the problem.

Powered by WordPress. Designed by WooThemes

contatore visite gratis
Segui la nostra pagina Facebook : se orlandofurioso.com ti è piaciuto, condividi l'esperienza!