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BENEDIZIONE di Luigi Pirandello | Testo

– So chi è stato! – gridò. – Qua, qua, me l’hanno fatto qua il malocchio. Mi sapevano contenta e tranquilla… E non gli è bastato su lui, anche sul figliuolo me l’hanno fatto e su l’unica bestiola rimasta, che la guardavo come la pupilla degli occhi, perché mi faceva il latte per lui… Ah, infami! infami!
Fino a poco tempo fa – narrò – quella capra, comperata per nove scudi, era l’invidia di tutti. Ora, mentre il ragazzo la badava al pascolo, tutt’a un tratto le si era « spaurita ». Tutti e due, il ragazzo e la capra, le erano ritornati in casa una sera, così «spauriti» e da allora un deperimento continuo: il ragazzo… ah, bisognava vederlo di là, come si era ridotto, e la capra… la capra peggio del ragazzo! Nessuno l’aveva voluta alla fiera, neanche per due scudi. Don Marchino quella sera stessa glieli doveva benedire tutti e due, per carità.
– Ma se ci hai il tuo curato adesso, a Sorìfa! – le disse agro don Marchino.
– No, è lei, è lei il mio curato! – supplicò Nunziata. – E qua li voglio benedetti, perché di qua è partito il malocchio, e io lo so, io lo so!
Don Marchino si provò a dimostrarle che era una superstizione sciocca quella del malocchio, e che se ella ne incolpava quel giovane con cui da ragazza aveva fatto all’amore, via, non ci pensasse neppure, perché quello… Ma no! Nunziata non volle dire chi ne incolpava. Vole va la benedizione, voleva.
– Ma a quest’ora? – ripeté don Marchino, sbuffando.
S’intese di nuovo, nel vento, il tremulo belato della capra.
– La sente? – disse Nunziata. – Per carità!
– Ma tutti e due no, allora! – protestò don Marchino. – È affar lungo, cara mia, ed è già tardi. Mi disponevo ad andar a letto, figurati! Via, sbrighiamoci! o la capra o il figliuolo: chi n’ha più bisogno?
– Il figliuolo, – rispose subito Nunziata. – È buttato lì fuori sulla panca del sagrato come uno straccio. Ah quel che ho penato, don Marchino mio, a trascinarmelo fin quassù, un po’ a piedi, un po’ su queste braccia che non me le sento più!
Don Marchino montò su tutte le furie:
– Ma come si fa, dico io, come si fa a portarsi fino a Nocera un ragazzo in quello stato?
– Ma perché la capra, don Marchino, s’affrettò a spiegargli Nunziata, – non vuole più dare un passo senza di lui. La bestiola sente che tutti due sono legati dallo stesso male e lo chiama e gli parla e non vuole più scostarsi da lui.
– Basta. Dunque, il ragazzo ? – concluse don Marchino.
Nunziata restò perplessa a pensare, poi disse:
– Se non vuole tutti e due…
– No! tutt’e due, no; o l’uno o l’altra, abbiamo detto!
– Ebbene, allora… mi benedica la capra, che mi rifaccia almeno il latte per il mio Gigi, ecco.
Uscita all’aperto, nel vento, nel bujo della notte tempestosa, volse prima gli occhi alla panca su cui il figliuolo si era raggricchiato a dormire…
– Gildino… – chiamò.
Il ragazzo non rispose. E allora ella provò uno strano sgomento allo spettacolo della natura quasi tutta in fuga, nell’urlante veemenza del vento. Fuggivano squarciate pel cielo, con disperata furia, le nuvole, a schiera infinita, e pareva si trascinassero seco la luna; gli alberi si contorcevano cigolando, spasimando senza requie, come per sradicarsi e fuggire pur là, pur là, dove il vento portava le nuvole, a un tempestoso convegno. Ella sciolse la capra legata a un tronco d’albero, e stette un bel pezzo all’aspetto lì davanti alla porta della chiesetta, perché don Marchino volle prima finirsi il bicchiere senza fretta, poi dovette rindossare la tonaca e prendere il libro e l’aspersorio e la lumierina a olio.

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