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BENEDIZIONE di Luigi Pirandello | Testo

– Io non so com’è la gente! – soleva ripetere don Marchino per lo meno una ventina di volte al giorno, insaccandosi nelle spalle e aprendo le mani a ventaglio davanti al petto, con gli angoli della bocca contratti in giù: – Io non so com’è la gente!
Perché la gente in tanti e tanti casi non si regolava com’egli si sarebbe regolato; o anche perché la gente spessissimo trovava da ridire su tutto ciò che faceva lui e che a lui pareva ben fatto.
Ma, santo cielo, per qual mai ragione fin da principio lo avevano veduto così male a Stravignano, i suoi parrocchiani? Non gli perdonavano d’aver ridotto a podere (col beneplacito dei superiori, s’intende!) il querceto che prima sorgeva dietro la chiesetta a valle e prendeva tutto il beneficio della cura. Eh, quel benedetto podere ancora non lo mandavano giù, e neanche il quartierino di quattro stanze che aveva fatto fabbricare coi denari ricavati dalla vendita degli alberi, attaccato alla chiesetta, come di là era attaccata la casuccia a terreno per sé e per la sorella Marianna. Ma con parte di quei denari non s’era fors’anche riattata la chiesetta? E che male c’era, se ogni anno d’estate affittava quel quartierino a qualche famiglia che veniva a villeggiare a Stravignano?
Gli stravignanesi volevano per forza più povero di Santo Giobbe il loro curato. E il bello era questo: che, da un canto, egli doveva essere il servitore di tutti; ma guai, dall’altro, se lo vedevano con la zappa in mano o badare alle bestie. Perché non si sporcasse la zimarra, eh? perché non gli s’incallissero le mani che dovevano toccar l’Ostia Consacrata? Ma la coscienza, la coscienza non doveva essere sporca o incallita; non le mani!
Don Marchino, aveva ragione, ma, se pur si vedeva, non s’accorgeva più che, tanto lui quanto la sorella Marianna, avevano le gambe a modo delle papere, su le quali, andando, si dimenavano proprio come due papere: tutt’e due della stessa statura, grassottelli e senza collo. Don Marchino non si sentiva parlare, o seppur si sentiva, non aveva l’impressione che la sua voce, oppressa dal naso sempre intasato, fosse miagolante. Ora l’antipatia che i suoi parrocchiani avevano per lui dipendeva anche, e non per poco, da queste cose, di cui egli non si poteva render conto: la figura, la voce e anche il suo particolar modo di parlare.
Per esempio, gli andavano a chiedere in prestito la somara, in un caso d’urgenza, come sarebbe di andare a chiamare a un bisogno di notte il medico a Nocera? Don Marchino rispondeva invariabilmente:
– Non ti ci fa arrivare. Ti accadrà di romperti due o tre volte il collo, bello mio; mi contento di tre e non di più.
Parlava così, ripetendo spesso di queste frasucce argute, che aveva sentito dire chi sa quando e da chi; ma le ripeteva ormai come se fossero un modo di dire naturale, senz’alcuna intenzione di arguzia. Quella somara poi era viziosa davvero: così viziosa che, a prestarla, don Marchino credeva in coscienza di non potersi arrischiare a cuor leggero. Se tante volte, santo cielo, essa non permetteva neanche a lui di far montare qualcuno sul biroccio! E per non farsi mordere o calciare, quando doveva sellarla o attaccarla, gli toccava usarle le maniere più garbate e dirle tante dolci paroline e ammonirla paternamente d’aver pazienza e rassegnazione, poiché Dio aveva voluto farla nascere somara.
Ma sfido! – dicevano a Stravignano. Quella somara, a cui attendeva quasi sempre don Marchino; le galline e i tre majali, a cui attendeva sempre la sorella Marianna; le due vacche, a cui attendeva Rosa, la serva scalza; nel vedere in mezzo a loro quel padrone lì, e la sorella, come due papere, dovevano sentire per forza una certa affinità bestiale con essi, per cui si pigliavano confidenze che, certamente, con altri padroni non si sarebbero permesse. E ridevano tutti del poco rispetto che quelle bestie maleducate portavano al loro curato e alla sorella; dei dispetti, forse amorosi, che i tre grossi majali cretacei facevano alla Marianna; della disperazione di questa nell’andar cercando ogni mattina le uova, che le galline apposta le nascondevano, scappando a fetare di qua e di là. Tutte con le calze al piede, quelle galline, perché, non si scambiassero!
– E i porchettoni perché no, sora Marianna, con un bel fiocchetto celeste alla coda?

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