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PARI di Luigi Pirandello | Testo

Bartolo Barbi e Guido Pagliocco, entrati insieme per concorso al Ministero dei Lavori Pubblici da vice-segretarii, promossi poi a un tempo segretarii di terza e poi di seconda e poi di prima classe, erano divenuti, dopo tanti anni di vita comune, indivisibili amici.
Abitavano insieme, in due camere ammobiliate al Babuino. Per grazia particolare della vecchia padrona di casa, che si lodava tanto di loro, avevano anche il salottino a disposizione, ove solevano passar le sere, quando – sempre d’accordo – stabilivano di non andare a teatro o a qualche caffè-concerto. Giocavano a dadi o a scacchi o a dama, intramezzando alle partite pacate e sennate conversazioncine o sui superiori o sui compagni d’ufficio o su le questioni politiche del momento o anche su le arti belle, di cui si reputavano con una certa soddisfazione estimatori non volgari. Ogni giorno, di fatti, passando e ripassando per via del Babuino, si indugiavano in lunghe contemplazioni o in accigliate meditazioni innanzi alle vetrine degli antiquarii e dei negozianti d’arte moderna; e Bartolo Barbi, ch’era molto perito in tutto ciò che si riferiva alle gerarchie, sia quella ecclesiastica, sia quella militare, sia quella burocratica, e agli usi e ai costumi, si scialava a dar di bestia a certi pittori che, nei soliti quadretti di genere, osavano raffigurar cardinali con paramenti addirittura spropositati.
Era molto caro ai due amici quel salottino raccolto, dai mobili d’antica foggia, consunti a furia di tenerli puliti. Il vecchio finto tappeto persiano era qua e là ragnato; le tende turche, all’uscio e alla finestra erano un po’ scolorite come la carta da parato, come i fiori di pezza su la mensola e l’ombrellino giapponese aperto e sospeso a un angolo. Qualche piccolo intaglio s’era scollato dai tanti porta-ritratti e porta-carte appesi alle pareti, eseguiti in casa, a traforo, dai due amici nei primi anni della loro convivenza.
Fin su l’orlo di quell’ombrellino giapponese, intanto, all’insaputa dei due amici, veniva a quando a quando, zitto zitto, un grosso ragno nero; stava lì un pezzo come a spiare misteriosamente ciò che essi facevano, ciò che essi dicevano; poi si ritraeva.
Dentro l’ombrellino giapponese era tessuta tutt’intorno al fusto un’ampia tela finissima e polverosa. Forse quel ragno misterioso ne aveva tratto la materia, a filo a filo, dalla vita de’ due amici, dai loro giorni sempre uguali, dai loro savii discorsi, tradotti pazientemente in quella sua sottilissima bava seguace.
Né essi né la vecchia padrona di casa ne avevano il piú lontano sospetto.
Di tanto in tanto Barbi e Pagliocco pensavano con rammarico che fra qualche anno sarebbero stati costretti a lasciar quella casa, quel caro salottino. Aspettavano dal paese i loro due fratelli minori, che dovevano intraprendere a Roma sotto la loro vigilanza gli studii universitarii; e in quella casa non ci sarebbe stato posto per tutti e quattro. Avrebbero affittato allora un quartierino; lo avrebbero ammobiliato modestamente per conto loro e avrebbero preso una vecchia serva per la pulizia e la cucina. Vecchia la serva, perché i due giovanottini di primo pelo… eh, non si sa mai! prudenza ci voleva! Per loro due non ci sarebbe stato piú pericolo.
Ogni mattina erano in piedi, puntuali, alla stess’ora; uscivano insieme a prendere il caffè; entravano insieme al Ministero dove lavoravano nella stessa stanza l’uno di fronte all’altro; a mezzogiorno andavano a desinare alla stessa trattoria; e insomma, come appaiati sotto il medesimo giogo conducevano una vita affatto uguale, dignitosa, metodica per forza, ma non priva di qualche onesto svago, segnatamente le domeniche.

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