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LA RICCA di Luigi Pirandello | Testo

– Sai? disse alla figlia. Il tuo Santagnese mi aveva messo in guardia con una lettera. Ora puoi sposarlo, se vuoi. Così lo ringrazieremo.. .
E rise orribilmente.
Le carrozze se l’eran portate via, una dietro l’altra, chiuse e coperte come carri funebri, sotto il piovoso mattino invernale. Oh quell’ultimo romor cupo di ruote sul lastrico, nel trarle dalle rimesse nel cortile!
Giulia assisteva a tutto, guardando dietro i vetri della finestra.
Anche gli otto cavalli «i più belli della città s’eran portati via, mossi per due, lungo il viale ancor bagnato dalla notte. I superbi animali se n’erano andati battendo la coda, quasi ballando sulle lucide anche, erte le orecchie e impettiti nella coperta di biondo albagio. Carrozze e cavalli passavan coi cocchieri e coi mozzi nelle stalle e nelle rimesse di altri signori.
Quanti viandanti si fermavano ad ammirar quei cavalli, a guardar poi la casa dei Montana! Alcuni scuotevan la testa; altri poi passavan dritti, per gli affari loro, ignari o non curanti.
E Giulia vi si guardava intorno con occhi, che parevan gonfii ancora d’un sogno lacrimoso.
– Piano! Piano! – udiva dalla stanza vicina. – Bada allo specchio! Così… Scosta quella poltrona! Ora giù… Piano! Ah, come si sta comodi qui!
Qualcuno si sedeva sulla poltrona, sbuffando, ed esercitandone le molle, villanamente. Smantellavan di là la gran sala , portavano via tutto!
Giulia vi si recava ogni tanto, come in sogno, per salvar qualche oggetto caro dalla rovina; ma ogni volta rientrava nella sua camera più smarrita, senza l’oggetto. Si affacciava all’uscio della sala, e s’arrestava. Tutta la mobilia smossa, in mezzo alla stanza; gli usci, le finestre, senza tende; le seggiole appajate, una sull’altra, e della paglia stesa sul tappeto, e trucioli di paglia dappertutto, sulle poltrone, sul sofà – Le sue carte da musica? Ah quelle no! quelle no! Il pianoforte non c’era più. E i grandi piatti dipinti da lei? e i due tamburelli? Anche quelli? – Le venivan le vampe al viso; chiamava la vecchia governante: era andata via anche lei?
Si chiudeva a chiave in camera sua. Ma neanche qui si sentiva più padrona. Andava in su e in giù, con la testa bassa; s’arrestava a un tratto colpita dalla sua persona, dalla sua veste bianca riflessa crudamente da uno specchio in ombra, che scendeva giù fino a terra; si guardava attorno, e altri due lunghi specchi la riflettevano nello stesso atteggiamento smarrito. Allora andava a sedere sulla poltrona accanto al letto dal gran parato a padiglione; chiudeva gli occhi ed aveva la sensazione del vuoto, come se la casa le crollasse sotto i piedi. S’afferrava ai bracciuoli della poltrona, restringendosi indietro, contro la spalliera, e guardava innanzi a sé, con gli occhi ingranditi, stranamente appuntati.
– Nulla! più nulla! – mormorò, e due lacrime calde le sgorgarono dagli occhi sempre fissi in un punto, e le scesero lentamente, lentamente per le guance. Il suono della sua voce l’aveva intenerita.
Non la casa soltanto crollava, crollava anche il suo sogno, l’amore. Ella aveva sognato di dare, di regalare il suo corpo magnifico e la sua ricchezza al mite adoratore. Or rovinavano tutti i progetti, cui la sua ricchezza aveva generosamente fabbricati, cui gli ostacoli avevano afforzati. Con la dote andava via anche l’amore. Rivide per un istante la povera casa dei Santagnese, al Borgo Nuovo, come in quel giorno grigio, autunnale.
– Entrare in quella casa? No, no, giammai. Entrarvi così, senza portarvi nulla, grata al marito della fede mantenuta, della costanza provata, e viver là, come le sorelle Santagnese, tra quelle pareti nude, col mare grigio in casa e la polvere della strada – ah, impossibile! impossibile!
Avrebbero avuto gli occhi d’Enrico Santagnese come nei giorni contrastati, lungo il viale del Giardino Inglese, mentr’ella passava superba nella ricca vettura, accanto al padre, la domanda ansiosa e sommessa: «Ancora?».
Oh, sì! certo! ma a che scopo, ormai? Giovine, no, ricca, neppure; e allora perché?

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