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LA RICCA di Luigi Pirandello | Testo

Dopo il rifiuto opposto alla domanda del Pàncamo, il padre non le aveva più comunicato nessun’altra domanda. Eran venuti allora a un’aperta spiegazione.
– È inutile parlarne. Né il Pàncamo, né altri! Non voglio sposare, non sposerò mai nessuno – aveva dichiarato Giulia.
– O Enrico Santagnese…
– O Enrico Santagnese, o nessuno.
Liberissima di farlo, le aveva risposto il padre; la legge ormai le permetteva di ribellarsi all’autorità paterna: liberissima! egli però non le avrebbe dato un soldo di dote: la legittima, alla sua morte; il consenso, mai!
Da quel giorno Giulia s’era chiusa tutta in se stessa, in uno stato d’animo sempre uguale, inalterabile, senz’aspettativa per nessuna evenienza.
Non vedeva che rare volte Enrico Santagnese, o a passeggio, dall’alto della sua carrozza, lungo il viale del Giardino Inglese; d’onde Enrico, tra gli alberi, salutava costantemente il vecchio banchiere, senza aver mai risposta al saluto, o in certi pomeriggi, lungo il Corso Scinà, mentr’ella stava alla finestra.
Erano incontri, sguardi fuggevoli, miti come una domanda ansiosa e sommessa da parte d’Enrico; fermi, quasi solenni, da parte di Giulia.
«Ancora?», chiedevan gli occhi d’Enrico.
«Ancora!», rispondevan quelli di Giulia, pieni di cuore e d’impero.
Ella amava così, da undici anni, il suo mite adoratore. Era un amor misto d’orgoglio e di pietà, quasi: orgoglio di sé, pietà di lui. Certamente, neppur l’ombra della sentimentalità, in lei, delle solite scipite storie d’amore. Giulia Montana amava il lusso e la ricchezza, compresa della signoria che l’uno e l’altra danno usati con arte e con gusto; amava la società delle persone del suo ceto, pur giudicandole, la maggior parte, sciocche e banali, e subendo come una legge le affabilità affettate, i vani orgogli mondani. Era, per esempio, un conforto per lei il pensare che Enrico Santagnese tornando ad esser ricco come una volta, avrebbe saputo vivere e spendere da gran signore. Molti, e fra questi i suoi parenti, avevan di lei il concetto che fosse una creatura fredda, impassibile; ma a torto. Certe volte, pareva veramente ch’ella si fosse imposta una parte, e che la rappresentasse sempre, in casa e fuori; finanche a se stessa; pareva che mai nessuna meraviglia esistesse per lei, né per gli occhi, né per l’anima. Signora sempre di sé e dotata d’una percezione straordinaria, penetrava tutto, tutti eran come fanciulli in faccia a lei. Impossibile dire una cosa ch’ella quasi non prevedesse. Entrando in una sala, sapeva e mostrava di sapere che molti pensavano a lei, che tutti l’aspettavano, che procacciava a tutti un piacere con la sua presenza; quantunque nessuno forse trovasse amabile il suo contegno più tosto serio, non sciolto certo, né leggiadro. Ma il fascino traspirava dalla sua anima chiusa, come un liquido odore dai pori d’un’ampolla suggellata.
Quel profumo d’eleganza ch’ella spargeva nelle sale della società per riceverne in ricambio un trionfo mondano, i suoi trionfi la rallegravano però soltanto pel fermo pensiero, ch’ella aveva di lui, d’Enrico Santagnese, e perché anche di ciò poteva fargli sacrifizio.
Or da qualche tempo Felice Montana si mostrava molto più cupo del solito, e più profonda era divenuta l’impronta, cui l’indole taciturna e meditativa gli aveva inciso tra le ciglia. Se ne stava spesso seduto con gli occhi chiusi a escogitare evidentemente qualche nascosto rimedio; e pareva in quei momenti che le lunghe ciocche lievi dei bianchi capelli gli si sollevassero sul capo per la tensione della fronte fieramente contratta. Non era certo il pensiero della figlia, né l’ostinazione di lei, che lo tenevano così preoccupato.

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