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LA RICCA di Luigi Pirandello | Testo

Solevan le tre sorelle di Giulia Montana maritate così senza aspettar tempo e amore, secondo la lor condizione sociale e i beni di fortuna, sparlare a preferenza della sorella rimasta nubile ostinatamente, e sfoggiando sotto voce massime prudenziali comentavan con amarezza le più serie proposte di matrimonio da lei respinte; e da buone figliuole, commiseravano il vecchio padre inasprito sempre e rigido, come di marmo, verso quell’ultima figlia, e anche lei, la povera Giulia, per quella sua disgrazia, come esse dicevano.
La disgrazia della povera Giulia era un amore indirizzato male, senza prudenza; un amore insomma che guardava in giù, dalla ricca vettura padronale, tra le persone che vanno a piedi a passeggio.
Maria, la più piccola delle tre, sospirava:
– Rifiutar Nicola Pàncamo! Peccato!
Era Nicola Pàncamo cognato della seconda sorella, della placida Anna; alto appena cinque palmi, già quasi calvo a trent’anni, e con certe gambette piccole come due dita, sempre aperte per regger meglio il peso della pancetta precoce – tal quale, del resto, il fratello Giorgio, il marito di Anna.
– Follie! Dio voglia, non se ne debba mai pentire! – aggiungeva Elena, la maggiore. – Non è più una ragazza, ormai: ventisei anni e ancora così! Sarebbe stata una fortuna per lei e pel babbo.
Anna era sempre per pigliar parte alla conversazione; ma i suoi occhi azzurri ombreggiati da lunghe ciglia bionde si volgevano involontariamente a quella delle due sorelle, che aveva taciuto, e pareva con quel placido sguardo le permettesse di dir ciò che doveva dir lei, assentendo col capo e con un sorrisetto costante a ogni frase, come se fosse sua, e ripetendone di tratto in tratto, quasi macchinalmente, le ultime parole: Ventisei anni… Una fortuna per lei e pel babbo.
– Per chi, poi? Per Enrico Santagnese! – inveiva Maria, la più accanita, aprendo il fuoco contro quel povero Enrico amato dalla sorella. Ma, alla fin fine, come se tutte e tre avessero pietà della magrissima persona del giovine, non lo mordevano a sangue abbastanza! Ahimè, di sangue, ne mostrava tanto poco quel poveretto, sempre pallido, sempre malaticcio. Poi, con lui, con le sorelle di lui, prima che il padre, Carlo Santagnese, uno dei più ricchi armatori siciliani, perdesse tutta la fortuna, erano state tanto tempo vicine di casa, amiche d’infanzia, compagne di cari giuochi. – S’è ridotto a far l’agente di navigazione, ora!
– L’agente di navigazione… – ripeteva Anna, rigirandosi continuamente gli anelli intorno alle dita.
– Vive alla giornata, poveretto, e gli tocca per giunta mantener la madre e le sorelle, si sa!
Non s’affacciavano però all’idea che Enrico Santagnese si facesse amar da Giulia per la dote: no! dicevano solamente, che per quanto egli non ci pensasse, pure quella piccola appendice all’amore, via, non gli avrebbe mica fatto dispiacere. Naturale! Ma anche con la dote, come avrebbero potuto vivere in città, frequentar la società? Senza dubbio, coi gusti di Giulia, si sarebbero creati presto degl’imbarazzi. Era dunque ammissibile? – Non era ammissibile.
– Alla fin fine, poi – ripigliava Elena – sarei curiosa di sapere, che trova Giulia di straordinario in Enrico. Brutto non è, è vero; ma Dio mio! pare un cristo spirante…
– Antipatico – si contentava di aggiungere Anna.
E Maria:
– Un cuoricino così! Senza spirito, senza fiato… Buono, poveretto; ma un fil di paglia – insipido. Datemi pure addosso, io, sentite, per me quei capelli d’oro matto non li ho potuti mai soffrire… Ma già, ha pure gli occhi neri, dunque: tipo di bellezza!
Dal canto suo Felice Montana, il padre, duro e inflessibile, rompeva il cupo silenzio abituale per dire: – Finché io vivo, non lo sposerà!
E pareva che queste parole gli restassero incise tra le ciglia sempre aggrottate.
Della velata commiserazione delle sorelle, dell’assoluta opposizione del padre si nutriva, per dir così, l’amore di Giulia Montana per Enrico Santagnese: era forza di quell’amore l’irritazione prodotta dall’invincibile ostacolo.
Alla rigida e chiusa inflessibilità del padre, Giulia opponeva la sua non men rigida e chiusa.
Tra loro due rimasti soli in casa da sei anni, non si scambiava mai una parola più del necessario. Egli attendeva come sempre alla direzione degli affari di banca e dei negozi di zolfo; ella a le abituali occupazioni: la pittura, la musica, la lettura, il ricamo.

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