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DIALOGHI TRA IL GRAN ME IL PICCOLO ME di Luigi Pirandello | Testo

– Quanto rni secchi, Geremia! Ti sei fitto in mente di prender moglie, e da che m’hai con insoffribili lamentele persuaso ad acconsentire, non convinto, sei divenuto per me supplizio maggiore! Or che sarà quando avremo in casa la moglie?
– Sarà la tua e la mia fortuna, mio caro!
– Io per me l’ho detto e ti ripeto che non voglio saperne. Sia pure la tua fortuna! non voglio immischiarmici.
– E farai bene, fino a un certo punto. Tu sei venuto sempre a guastare ogni disegno mio. Facevo due anni addietro con tanto diletto all’amore con nostra cuginetta Elisa… ricordi?… ricorrevo a te per qualche sonettino o madrigale, e tu coi tuoi versi, ingrato, me la facevi piangere… Io ti dicevo: Zitto, lasciamela stare! Che vuoi che capisca dei tuoi fantasmi e delle tue sbalestrate riflessioni? Come vuoi che il suo piedino varchi la porta del tuo sogno? Quanto sei stato crudele! L’hai confessato in versi tu stesso dappoi: ho sfogliato le tue carte e ho trovato alcune poesie in lode e in pianto della povera Elisa… Or che intendi fare con quest’altra? Rispondi.
– Nulla. Non le dirò mai una parola; lascerò sempre parlar te, sei contento? Purché tu mi prometti che ella non verrà mai a disturbarmi nel mio scrittojo e non mi costringerà a dirle quel che penso e quel che sento. Prendi moglie tu, insomma, e non io…
– Come ! E se tu intendi conservare integra la tua libertà, come potrò io aver pace in casa con lei?
– Io voglio la libertà de’ miei segreti pensieri. Sai che l’amore non è mai stato, né sarà mai un tiranno per me: ho sempre, infatti, lasciato a te l’esercizio dell’amore. Fa’ dunque, rispetto a ciò, quel che meglio ti pare e piace. Io ho da pensare ad altro. Tu prendi moglie, se lo stimi proprio necessario.
– Necessario, sì, te l’ho detto! Perché, se rimango ancora un po’ soltanto in poter tuo, mi ridurrò senza dubbio la creatura più miserabile della terra. Ho assoluto bisogno d’amorosa compagnia, d’una donna che mi faccia sentir la vita e camminare tra i miei simili, or triste or lieto, per le comuni vie della terra. Ah, sono stanco, mio caro, d’attaccar da me i bottoni alla nostra camicia e di pungermi con l’ago le dita, mentre tu navighi con la mente nel mare torbido delle tue chimere. A ogni brocco nel filo tu gridi: Strappa! mentr’io, poveretto, con l’unghie m’industrio pazientemente di scioglierlo. Ora basta! Di noi due io son quegli che deve presto morire: tu hai dal tuo orgoglio la lusinga di vivere oltre il secolo; lasciami dunque godere in pace il poco mio tempo! pensa: avremo una comoda casetta, e sentiremo risonar queste mute stanze di tranquilla vita, cantar la nostra donna, cucendo, e bollir la pentola a sera… Non son cose buone e belle anche queste? Tu te ne starai solo, appartato, a lavorare. Nessuno ti disturberà. Purché poi, uscendo dallo scrittoio, sappi far buon viso alla compagna nostra. Vedi, noi non pretendiamo troppo da te; tu dovresti aver con noi pazienza per qualche oretta al giorno, e poi la notte… non andar tardi a letto…
– E poi? … Diceva Carneade, il filosofo, entrando nella camera della moglie: Buona fortuna! Facciamo figliuoli. Li manderete a scuola da me?
– No, questo no, senti! Lascia allevare a me i figliuoli che verranno: potresti farne degl’infelici come te. Ma su ciò disputeremo a suo tempo. Ora dammi ascolto: addormentati! lasciami legger la lettera della sposa, e poi risponderle. Già la stanchezza m’è passata.
– Vuoi che ti detti io la risposta?
– No, grazie! Addormentati… Basto io solo. Ho imparato, praticando con te, a non commettere errori. Per altro, l’amore non ha bisogno della grammatica. E tu saresti capace d’arricciare il naso notando che la nostra sposa scrive collegio con due g.

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