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CERTI OBBLIGHI di Luigi Pirandello | Testo

Ma è mai possibile che anche l’atto materiale di far la luce dove ci sono le tenebre, non desti, a lungo andare, anche nel più duro e oscuro cervello certi guizzi di pensiero?
Quaquèo certe sere è arrivato finanche a pensare che egli che fa la luce, fa anche le ombre. Già! Perché non si può avere una cosa, senza il suo contrario. Chi nasce, muore. E l’ombra è come la morte che segue un corpo che cammina. Donde la sua frase misteriosa, che sembra una minaccia gridata dall’alto della scala nell’atto di accendere il lampione, e che non è altro, invece, che la conclusione d’un suo ragionamento:
– Aspetta là, aspetta là, che t’appiccico la morte dietro!
Infine Quaquèo pensa, che una certa importanza di ordine davvero superiore la ha, quel suo mestiere, in quanto ripara a una mancanza della natura, e che mancanza! Quella della luce. C’è poco da dire: egli, per il suo paese, è il sostituto del Sole. Sono due i sostituti: egli e la Luna; e si dànno il cambio. Quando c’è la Luna, egli riposa. E tutta l’importanza del suo mestiere appare manifesta in quelle sere che la Luna dovrebbe esserci, e viceversa poi non c’è, perché le nuvole, nascondendola, la fanno venir meno al suo obbligo di illuminare la Terra; obbligo che la Luna forse non vorrebbe avere, ma che ha; e il paese resta al bujo.
Quant’è bello vedere da lontano, in mezzo alle tenebre della notte, qua e là, qualche paesello illuminato!
Quaquèo ne vede parecchi, ogni notte, quando arriva agli ultimi lampioni in cima al colle, e rimane a contemplarli a lungo, con le mani penzoloni dal braccio del fanale e il capo appoggiato a una spalla, e sospira.
Sì, quei lumini là, come una moltitudine di lucciole a congresso, rischiarano penosamente e rimangono tutta la notte a vegliare, nel lugubre silenzio, vicoletti lerci e scoscesi e tane di miseria, forse peggiori di questi del suo paese; ma è certo che, da lontano, fanno un bel vedere, e spirano un dolce e mesto conforto in mezzo a tanta tenebra. Passa di tanto in tanto nella tenebra qualche folata di vento, e tutti quei lumini là aggruppati esitano e pare che sospirino anch’essi.
E a guardare così da lontano, si pensa che i poveri uomini’ sperduti come sono sulla terra, tra le tenebre, si siano raccolti qua e là per darsi conforto e ajuto tra loro; e invece no, invece non è così: se una casa sorge in un posto, un’altra non le sorge mica accanto, come una buona sorella, ma le si pianta di contro come una nemica, a toglierle la vista e il respiro; e gli uomini non si uniscono qua e là per farsi compagnia, ma si accampano gli uni contro gli altri per farsi la guerra. Ah, lui Quaquèo, lo sa bene! E dentro ogni singola casa c’è la guerra, tra quegli stessi che dovrebbero amarsi e star d’accordo per difendersi dagli altri. Non è forse sua moglie la sua più acerrima nemica?
Se Quaquèo beve, beve per questo; beve per non pensare a certe cose che lo farebbero venir meno a tanti di questi obblighi, di cui è così profondamente compenetrato. Ma è vero che se ne hanno poi anche certi altri, che non si vorrebbero avere. Non si vorrebbero avere, ma si hanno.
– Eh, sorcio vecchio?

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