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CERTI OBBLIGHI di Luigi Pirandello | Testo

A sua volta, con bella maniera, ma imbrogliandosi un po’, si prova a dimostrare all’assessore, che se l’insulto, di cui è venuto a lagnarsi, ha qualche fondamento di verità, può averlo soltanto nel tempo che egli è nell’esercizio delle sue funzioni di lampionajo; perché quando poi non è più lampionajo ed è soltanto marito, nessuno può dir nulla né di lui né della moglie. La moglie è con lui saggia, sottomessa, irreprensibile; ed egli non ha potuto mai accorgersi di nulla.
– M’insultano, Eccellenza, quando illumino la città, quando sto su la scala appoggiata al lampione e sfrego al muro il fiammifero per accendere il lume, cioè, quando sanno che non posso lasciare al bujo la città, per correre a casa a vedere che fa e con chi è mia moglie e, all’occorrenza, fare un macello, signor Cavaliere!
Sottolinea le parole fare un macello con un sorriso quasi di mesta rassegnazione, perché riconosce che anche quest’obbligo avrebbe, come marito offeso, e proprio non vorrebbe averlo, ma lo ha.
– Ne vuole un’altra prova, Eccellenza? Nelle sere di luna, che i lampioni restano spenti, nessuno mi dice nulla; e perché? perché quelle sere non sono un pubblico funzionario.
Quaquèo ragiona bene. Ma ragionar bene non basta. Bisogna venire al fatto. E, venendo al fatto, spesso i migliori ragionamenti cascano, come cascò lui, quella volta, ubriaco fradicio, dalla scala.
Che vuole concludere, insomma, con quel ragionamento? Il cavalier Bissi glielo domanda. Se crede che la sua disgrazia coniugale sia inerente alla pubblica funzione di lampionajo, ebbene, rinunzi a questa pubblica funzione; o, se non vuole rinunziare, si stia quieto, e lasci dire la gente.
– Perentorio? – domanda Quaquèo.
– Perentorio, – risponde il cavalier Bissi.
Quaquèo saluta militarmente:
– Servo di Vostra Eccellenza.
La scala gli pesa ogni giorno di più e ogni giorno di più Quaquèo stenta ad arrampicarsi sui pioli logori dal lungo uso, con quella cianca più corta dell’altra.
Ora, quando è agli ultimi lampioni nelle viuzze più erte in cima al colle, s’indugia un pezzo su la scala, come affacciato, o piuttosto come appeso per le ascelle al braccio del fanale, le mani penzoloni, il capo appoggiato a una spalla; e in quella positura d’abbandono, lassù, seguita a pensare e a ragionar con se stesso.
Pensa cose strane e tristi.
Pensa, per esempio, che le stelle, per quanto fitte sieno, certe notti, allargano sì e pungono il cielo, ma non arrivano a far lume in terra.
– Luminaria sprecata!
Ma che bella luminaria! E pensa che una notte sognò che toccava a lui d’accenderla, tutta quella luminaria nel cielo, con una scala di cui non vedeva la fine, e che non sapeva dove appoggiare, e i cui staggi gli brandivano tra le mani incapaci di sorreggere un tal peso. E come avrebbe fatto ad arrampicarsi, sù, sù, per quegli infiniti pioli, fino alle stelle? Sogni! Ma che ambascia e che sgomento nel sogno!
Pensa che è proprio triste quel suo mestiere di lampionajo, almeno per un lampionajo come lui, che abbia contratto la cattiva abitudine di ragionare, accendendo i lampioni.

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