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CERTI OBBLIGHI di Luigi Pirandello | Testo

Quando la civiltà, ancora in ritardo, condanna un uomo a portare una lunga scala in collo da un lampione all’altro e a salire e a scendere questa scala a ogni lampione tre volte al giorno, la mattina per spengerlo, il dopo pranzo per rigovernarlo, la sera per accenderlo; quest’uomo, per forza, quantunque duro di mente e dedito al vino, deve contrarre la cattiva abitudine di ragionar con se stesso, assorgendo anche a considerazioni alte per lo meno quanto quella sua scala.
Quaquèo, lampionajo, è caduto una sera, ubriaco, da quell’altezza. S’è rotta la testa, spezzata una gamba. Vivo per miracolo, dopo due mesi d’ospedale, con una cianca più corta dell’altra, una sconcia cicatrice su la fronte, s’è rimesso a girare, zazzeruto, barbuto e in camiciotto turchino, di nuovo con la scala in collo, da un lampione all’altro. Arrivato ogni volta su la scala all’altezza da cui è caduto, non può fare a meno di considerare che – è inutile – certi obblighi si hanno. Non si vorrebbero avere, ma si hanno. Un marito può benissimo in cuor suo non curarsi affatto dei torti della propria moglie. Ebbene, nossignori, ha l’obbligo di curarsene. Se non se ne cura, tutti gli altri uomini e finanche i ragazzi glielo rinfacciano e gli dànno la baja.
– Il becco, Quaquèo! Quando li mettono, Quaquèo, questi becchi?
– Muso di cane! – grida Quaquèo dall’alto del lampione. – Ora me lo dici? Ora che debbo illuminare la città?
Bella scusa, l’illuminazione della città, per sottrarsi all’obbligo di badare ai torti della moglie. Ma li vede egli forse? Con questi lumetti a petrolio, vede egli forse quando quelli scassinano le porte o si accoltellano per quei sudici vicoli deserti?
– Ladri svergognati e assassini!
Pur non di meno Quaquèo è andato al municipio; s’è presentato all’assessore cavalier Bissi, a cui deve il posto e qualche gratificazione di tanto in tanto per lo zelo con cui attende al suo ufficio; e gli ha esposto il caso: se egli, cioè, nell’atto d’accendere i lampioni non debba essere considerato come un pubblico funzionario nell’esercizio delle sue funzioni.
– Sicuro, – gli ha risposto l’assessore.
– E dunque chi mi insulta, – ha tirato la conseguenza Quaquèo, – insulta un pubblico funzionario nell’esercizio delle sue funzioni, va bene?
Pare che non vada bene per il cavalier Bissi. Il quale, sapendo di che genere sono gli insulti di cui Quaquèo viene a lagnarsi, vorrebbe dimostrargli, con bella maniera, che questi insulti non si riferiscono propriamente al lampionajo come tale.
– Ah no, Eccellenza! – protesta Quaquèo. – La prego di credere, Eccellenza!
E nel dire Eccellenza stringe gli occhi Quaquèo, come se assaporasse un liquore prelibato. Dà così dell’Eccellenza, con tutto il sentimento, a quanti più può; ma in ispecie al cavalier Bissi che, oltre agli obblighi che anche lui, come privato, forse non vorrebbe avere, ma che pure ha, se ne è assunti anche tanti altri, altissimi, inerenti alla sua carica d’assessore. Quaquèo di tutti questi obblighi, naturali e sociali, è profondamente compenetrato; e se, alle volte, per qualche gocciolina importuna deve passarsi il dorso della mano sotto il naso, non manca mai di farsi prima riparo della falda del lungo camiciotto turchino.

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