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L’UCCELLO IMPAGLIATO di Luigi Pirandello | Testo

Tranne il padre, morto a cinquant’anni di polmonite, tutti gli altri della famiglia – madre e fratelli e sorelle e zie e zii del lato materno – tutti erano morti di tisi, giovanissimi, uno dopo l’altro.
Una bella processione di bare.
Resistevano loro due soli ancora, Marco e Annibale Picotti; e parevano impegnati a non darla vinta a quel male che aveva sterminato due famiglie.
Si vigilavano l’un l’altro, con gli animi sempre all’erta, irsuti; e punto per punto, con rigore inflessibile seguivano le prescrizioni dei medici, non solo per le dosi e la qualità dei cibi e i varii corroboranti da prendere in pillole o a cucchiai, ma anche per il vestiario da indossare secondo le stagioni e le minime variazioni di temperatura e per l’ora d’andare a letto o di levarsene, e le passeggiatine da fare, e gli altri lievi svaghi compatibili, che avevan sapore anch’essi di cura e di ricetta.
Così vivendo, speravano di riuscire a superare in perfetta salute, prima Marco, poi Annibale, il limite massimo d’età raggiunto da tutti i parenti, tranne il padre, morto d’altro male.
Quando ci riuscirono, credettero d’aver conseguito una grande vittoria.
Se non che, Annibale, il minore, se ne imbaldanzì tanto, che cominciò a rallentare un poco i rigidissimi freni che s’era finora imposti, e a lasciarsi andare a mano a mano a qualche non lieve trasgressione.
Il fratello Marco cercò, con l’autorità che gli veniva da quei due o tre anni di più, di richiamarlo all’ordine. Ma Annibale, come se veramente della morte avesse ormai da guardarsi meno, non avendolo essa colto nell’età in cui ave va colto tutti gli altri di famiglia, non gli volle dar retta.
Erano, sì, entrambi della stessa corporatura, bassotti e piuttosto ben piantati, col naso tozzo, ritto, gli occhi obliqui, la fronte angusta e i baffi grossi; ma lui, Annibale, quantunque minore d’età, era più robusto di Marco; aveva quasi una discreta pancettina, lui, della quale si gloriava; e più ampio il torace, più larghe le spalle. Ora dunque, se Marco, pur così più esile com’era, stava benone, non poteva egli impunemente far getto in qualche trascorso di quanto aveva d’avanzo rispetto al fratello?
Marco, dopo aver fatto il suo dovere, come la coscienza gli aveva dettato, lasciò andare i richiami e le riprensioni, per stare a vedere, senza suo rischio, gli effetti di quelle trasgressioni nella salute del fratello. Che se a lungo andare esse non avessero recato alcun nocumento, anche lui… chi sa! se le sarebbe forse concesse un po’ per volta; avrebbe potuto almeno provare.
Ma che! no, no! orrore! Annibale venne a dirgli un giorno che s’era innamorato e che voleva prender moglie. Imbecille! Con quella minaccia terribile sul capo, sposare? Sposare… chi? la morte? Ma sarebbe stato anche un delitto perdio, mettere al mondo altri infelici! E chi era quella sciagurata che si prestava a un simile delitto? a un doppio, un doppio delitto?
Annibale s’inquietò. Disse al fratello che non poteva assolutamente permettere ch’egli usasse siffatte espressioni verso colei che tra poco sarebbe stata sua moglie; che, del resto, se doveva conservare la vita così a patto di non viverla, tanto valeva che la perdesse: un po’ prima, un po’ dopo, che gl’importava? era stufo, ecco, e basta così.
Il fratello rimase a guardarlo col volto atteggiato di commiserazione e di sdegno, tentennando appena appena il capo. Oh sciocco! Vivere… non vivere… Quasi che fosse questo! Bisognava non morire! E non già per paura della morte; ma perché questa era una feroce ingiustizia, contro alla quale tutto l’essere suo si ribellava, non solamente per sé, ma anche per tutti i parenti caduti, ch’egli con quella sua dura, ostinata resistenza doveva vendicare.

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