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SOLE E OMBRA di Luigi Pirandello | Testo

Il bujo sopravvenuto, il silenzio quasi in attesa d’un lieve rumore nella solitudine brulla di quei luoghi mal guardati, richiamarono lo spirito del Ciunna ancora tra annebbiato dai vapori del vino e abbagliato dallo splendore del tramonto sul mare.
A poco a poco, col crescere dell’ombra, aveva chiuso gli occhi, quasi per lusingar se stesso che poteva dormire. Ora, invece, si ritrovava con gli occhi sbarrati nel bujo della vettura, fissi sul vetro dirimpetto, che strepitava continuamente.
Gli pareva che fosse or ora uscito, inavvertitamente, da un sogno. E, intanto, non trovava la forza di riscuotersi, di muovere un dito. Aveva le membra come di piombo e una tetra gravezza al capo. Sedeva quasi sulla schiena, abbandonato, col mento sul petto, le gambe contro il sedile di fronte, e la mano sinistra affondata nella tasca dei calzoni.
Oh che! Era davvero ubriaco?
— Ferma, — borbottò con la lingua grossa.
E immaginò, senza scomporsi, che scendeva dalla vettura e si metteva a errare per i campi, nella notte, senza direzione. Udì un lontano abbaiare, e pensò che quel cane abbaiasse a lui errante laggiù laggiù, per la valle.
— Ferma, — ripeté poco dopo, quasi senza voce, riabbassando su gli occhi le palpebre lente.
No! — egli doveva, zitto zitto, saltare dalla vettura, senza farla fermare, senza farsi scorgere dal vetturino; aspettare che la vettura s’allontanasse un po’ per l’erto stradone, e poi cacciarsi nella campagna e correre, correre fino al mare là in fondo.
Intanto non si moveva.
— Plumf! — si provò a fare con la lingua torpida.
A un tratto un guizzo nel cervello lo fece sobbalzare, e con la mano destra convulsa cominciò a grattarsi celermente la fronte:
— La lettera… la lettera…
Aveva lasciato la lettera per il figliuolo sul guanciale del letto. La vedeva. A quell’ora, in casa lo piangevano morto. Tutto il paese, a quell’ora, era pieno della notizia del suo suicidio. E l’ispettore? L’Ispettore era certo venuto: «Gli avranno consegnato le chiavi; si sarà accorto del vuoto di cassa. La sospensione disonorante, la miseria, il ridicolo, il carcere».
E la vettura intanto seguitava ad andare, lentamente, con pena.
No, no. In preda a un tremito angoscioso, il Ciunna avrebbe voluto fermarla. E allora? No, no. Saltare dalla vettura? Trasse la mano sinistra dalla tasca e col pollice e l’indice s’afferrò il labbro inferiore, come per riflettere, mentre con l’altre dita stringeva, stritolava qualcosa. Aprì quella mano, sporgendola dal finestrino, al chiaro di luna, e si guardò nella palma. Restò. Il veleno. Lì, in tasca, il veleno dimenticato. Strizzò gli occhi, se lo cacciò in bocca: inghiottì. Rapidamente ricacciò la mano in tasca, ne trasse altri pezzetti: li inghiottì. Vuoto. Vertigine. Il petto, il ventre gli s’aprivano, squarciati. Sentì mancarsi il fiato e sporse il capo dal finestrino.

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