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SOLE E OMBRA di Luigi Pirandello | Testo

Il Ciunna, non meno acceso, si lasciò attirare: sorrise, non replicò; beato come un bambino di quella protezione.
— T’ho detto che prima di sera non si riparte! — riprese l’Imbrò.
— Si sa! Si sa! — approvarono a coro molte voci.
Perché la sala da pranzo s’era riempita d’una ventina d’amici del Ciunna e dell’Imbrò e gli altri avventori della trattoria si erano messi a desinare insieme, formando così una gran tavolata, allegra prima, poi a mano a mano più rumorosa: risa, urli, brindisi per burla, baccano d’inferno.
Tino Imbrò saltò su la seggiola. Una proposta! Tutti quanti a bordo del vapore inglese ancorato nel porto.
— Col capitano siamo peggio che fratelli! È un giovanotto di trent’anni, pieno di barba e di virtù: con certe bottiglie di Gin che non vi dico!
La proposta fu accolta da un turbine di applausi.
Verso le sei, scioltasi la compagnia dopo la visita al vapore, il Ciunna disse all’Imbrò:
— Caro Tinino, è tempo di far via! Non so come ringraziarti.
— A questo non ci pensi, — lo interruppe l’Imbrò. — Pensi piuttosto che ha da attendere ancora all’affaruccio di cui mi parlò stamattina.
— Ah, già, hai ragione, — disse il Ciunna aggrottando le ciglia e cercando con una mano la spalla dell’amico, come se stesse per cadere. — Sì, sì, hai ragione. E dire ch’ero sceso per questo. Bisogna infatti che vada.
— Ma se può farne a meno, — gli osservò l’Imbrò.
— No, — rispose il Ciunna, torvo; e ripeté: — Bisogna che vada. Ho bevuto, ho mangiato, e ora… Addio, Tinino. Non posso farne a meno.
— Vuole che l’accompagni? — domandò questi.
— No! Ah ah, vorresti accompagnarmi? Sarebbe curiosa. No no, grazie, Tinino mio, grazie. Vado solo, da me. Ho bevuto, ho mangiato, e ora… Addio, eh!
— Allora l’aspetto qua, con la carrozza, e ci saluteremo. Faccia presto!
— Prestissimo! prestissimo! Addio, Tinino!
E s’avviò.
L’Imbrò fece una smusata e pensò: «E gli anni! gli anni! Pare impossibile che Ciunna… In fin dei conti, che avrà bevuto?».
Il Ciunna si voltò e, alzando e agitando un dito all’altezza degli occhi che ammiccavano furbescamente, gli disse:
— Tu non mi conosci.
Poi si diresse verso il più lungo braccio del porto, quello di ponente, ancora senza banchina, tutto di scogli rammentati l’uno su l’altro, fra i quali il mare si cacciava con cupi tonfi, seguiti da profondi risucchi. Si reggeva male sulle gambe. Eppure saltava da uno scoglio all’altro, forse con l’intento, non preciso, di scivolare, di rompersi uno stinco, o di ruzzolare, così quasi senza volerlo, in mare. Ansava, sbuffava, scrollava il capo per levarsi dal naso un certo fastidio, che non sapeva se gli venisse dal sudore, dalle lacrime o dalla spruzzaglia delle ondate che si cacciavano tra gli scogli. Quando fu alla punta della scogliera, cascò a sedere, si levò il cappello, serrò gli occhi, la bocca, e gonfiò le gote, quasi per prepararsi a buttar via, con tutto il fiato che aveva in corpo, l’angoscia, la disperazione, la bile che aveva accumulato.

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