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SOLE E OMBRA di Luigi Pirandello | Testo

Cominciò a svestirsi. Nel trarre dal taschino del panciotto l’orologio, per nasconderlo prudentemente dentro una scarpa, volle guardar l’ora. Erano circa le nove e mezzo, e pensò: «Un’ora guadagnata!». Si mise a scendere la scaletta bagnata, tutto in preda alla sensazione del freddo.
— Giù, giù in acqua! — gli gridò l’Imbrò che già s’era tuffato, e minacciava con una mano di fargli una spruzzata.
— No, no! — gridò a sua volta il Ciunna, tremante e convulso, con quell’angoscia che confonde o rattiene davanti alla mobile, vitrea compattezza dell’acqua marina. — Bada, me ne risalgo! Non sarebbe uno scherzo… non ci resisto… Brrr, com’è fredda! — aggiunse, sfiorando l’acqua con la punta del piede rattratto. Poi, come colpito improvvisamente da un’idea, si tuffò giù tutto sott’acqua.
— Bravissimo! — gridò l’altro appena il Ciunna si rimise in piedi, grondante come una fontana.
— Coraggioso, eh? — disse il Ciunna, passandosi le mani sul capo e su la faccia.
— Sa nuotare?
— No, m’arrabatto.
— Io m’allontano un po’.
L’acqua nel recinto era bassa. Il Ciunna s’accoccolò, tenendosi con un braccio a un palo e battendo leggermente l’acqua con l’altra mano, come se volesse dirle: sta’ bonina! sta’ bonina! a più tardi !
Era veramente un’irrisione atroce, quel bagno: lui, in mutandine, accoccolato e sostenuto dal palo, che se l’intendeva con l’acqua.
Poco dopo però l’Imbrò, rientrando nel recinto e volgendo in giro lo sguardo, non lo ritrovò più. Già risalito? E s’avviava per accertarsene verso la scaletta del camerino, quand’ecco a un tratto, se lo vide springar davanti, dall’acqua, paonazzo in volto, con uno sbruffo strepitoso.
— Ohé! Ma è matto? Che ha fatto? Non sa che così le può scoppiare qualche vena del collo?
— Lascia scoppiare. — fece il Ciunna ansimando, mezz’affogato, con gli occhi fuori dell’orbita.
— Ha bevuto?
— Un poco.
— Ohé, dico, — fece l’Imbrò e con la mano accennò di nuovo il dubbio che il suo vecchio amico fosse impazzito. Lo guardò un po’ gli domandò: — Ha voluto provarsi il fiato o s’è sentito male?
— Provarmi il fiato, — rispose cupo il Ciunna, passandosi di nuovo le mani su i capelli zuppi.
— Dieci con lode al ragazzino! — esclamò l’Imbrò. — Andiamo, via, andiamo a rivestirci! Troppo fredda oggi l’acqua. Tanto, l’appetito già c’è. Ma dica la verità: si sente proprio male?
Il Ciunna s’era messo ad arcoreggiare come un tacchino.
— No, — disse, quand’ebbe finito. — Benone mi sento! È passato! Andiamo, andiamo pure a rivestirci!
— Spaghetti ai vongoli, e glo glo, glo glo… un vinetto! Lasci fare; ci penso io. Regalo dei parenti di mia moglie, buon’anima. Me ne resta ancora un barilotto. Sentirà!

IV
Si levarono di tavola, ch’erano circa le quattro. Il vetturino s’affacciò alla porta della trattoria: — Debbo attaccare?
— Se non te ne vai! — minacciò l’Imbrò acceso in volto, tirandosi con un braccio il Ciunna sul petto e ghermendo con l’altra mano un fiasco vuoto.

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