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SOLE E OMBRA di Luigi Pirandello | Testo

— Di domenica ? E poi, come? senza preavviso?
— Ah sì! — replicò il Ciunna. — Vorresti anche il preavviso? Ti piombano addosso quando meno te l’aspetti.
— Non sento ragione, — protestò l’altro. — Oggi è festa, e vogliamo ridere. Io la sequestro. Sono di nuovo scapolo, sa? Mia moglie, poverina, piangeva notte e giorno… «Che hai, carina mia, che hai?» «Voglio mammà! voglio papà!» «O mi piangi per questo? Sciocchina, va’ da mammà, va’ da papà, che ti daranno la bobona, le toserelle belle belle…» Lei che è mio maestro, ho fatto bene?
Rise anche dalla cassetta il vetturino. E allora l’Imbrò:
— Scemo, sei ancora lì? Marche! T’ho detto: Va’ a staccare!
— Aspetta, — disse allora il Ciunna, cavando dalla tasca in petto il portafogli. — Pago avanti.
Ma l’Imbrò gli trattenne il braccio:
— Non sia mai! Pagare e morire, più tardi che si può!
— No: avanti, — insisté il Ciunna. — Devo pagare avanti. Se mi trattengo, sia pure per poco, in questo paese di galantuomini, capirai, c’è pericolo mi rubino finanche le suole delle scarpe, appena alzo il piede per camminare.
— Ecco il mio vecchio maestro! Alfin ti riconosco! Paghi, paghi e andiamo via.
Il Ciunna tentennò lievemente il capo, con un sorriso amaro su le labbra; pagò il vetturino e poi domandò all’Imbrò:
— Dove mi porti? Bada, per una mezzoretta soltanto.
— Lei scherza. La carrozza è pagata: può aspettar fino a sera. Senza no no: ora concerto io la giornata. Vede? ho con me la borsetta: andavo al bagno. Venga con me.
— Ma neanche per idea! — negò energicamente il Ciunna. — Io, il bagno? Altro che bagno, caro mio!
Tino Imbrò lo guardò meravigliato.
— Idrofobia?
— No, senti, — replicò il Ciunna, puntando i piedi come un mulo. — Quando ho detto no, è no. Il bagno, io, se mai, me lo farò più tardi.
— Ma l’ora è questa! — esclamò l’Imbrò. — Un buon bagno, e poi, con tanto d’appetito, di corsa al Leon d’oro: pappatoria e trinchesvàine! Si lasci servire!
— Un festino addirittura. Ma che! Mi fai ridere. Per altro, vedi, sono sprovvisto di tutto: non ho maglia, non ho accappatoio. Penso ancora alla decenza, io.
— Eh via! — esclamò quello, trascinando il Ciunna per un braccio. — Troverà tutto l’occorrente alla rotonda.
Il Ciunna si sottomise alla vivace, affettuosa tirannia del giovanotto.
Chiuso, poco dopo, nel camerino dei Bagni, si lasciò cadere su una seggiola e appoggiò la testa cascante alla parete di tavole, con tutte le membra abbandonate e impressa sul volto una sofferenza quasi rabbiosa.
— Un piccolo assaggio dell’elemento, — mormorò.
Sentì picchiare alle tavole del camerino accanto, e la voce dell’Imbrò:
— Ci siamo? Io sono già in maglia. Tinino dalle belle gambe!
Il Ciunna sorse in piedi:
— Ecco, mi svesto.

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