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SOLE E OMBRA di Luigi Pirandello | Testo

Traversando in carrozza, di trotto, il paese (quella bestia del vetturino aveva messo le sonagliere ai cavalli come per una festa in campagna), il Ciunna si sentì, all’aria fresca, risvegliar subito l’estro comico che era proprio della sua natura, e immaginò che i sonatori della banda municipale, coi pennacchi svolazzanti degli elmetti, gli corressero dietro, gridando e facendo cenni con le braccia perché si fermasse o andasse più piano, ché gli volevano sonare la marcia funebre. Dietro, così a gambe levate, non potevano.
«Grazie tante! Addio, amici! Ne faccio a meno volentieri! Mi basta questo strepito dei vetri della carrozza, e quest’allegria qua dei sonaglioli!»
Oltrepassate le ultime case, allargò il petto alla vista della campagna che pareva allagata da un biondo mare di massi, su cui sornuotavano qua e là mandorli e olivi.
Vide alla sua destra sbucar da un carrubo una contadina con tre ragazzi; contemplò un tratto il grande albero nano, e pensò: «È come la chioccia che tien sotto i suoi pulcini». Lo salutò con la mano. Era in vena di salutare ogni cosa, per l’ultima volta, ma senz’alcuna afflizione; come se, con la gioia che in quel momento provava, si sentisse compensato di tutto.
La carrozza ora scendeva stentatamente per lo stradone polveroso, più che mai ripido. Salivano e scendevano lunghe file di carretti. Non aveva mai fatto caso al caratteristico abbrigliamento dei muli che tira vano quei carretti. Lo notò adesso, come se quei muli si fossero parati di tutte quelle nappe e quei fiocchi e festelli variopinti per far festa a lui.
A destra, a sinistra, qua e là su i mucchi di brecciame, stavan seduti a riposarsi alcuni mendicanti, storpii o ciechi, che dalla borgata marina salivano alla città sul colle, o da questa scendevano a quella per un soldo o un tozzo di pane promessi per quel tal giorno.
Della vista di costoro s’afflisse, e subito gli saltò in mente di invitarli tutti a salire in carrozza con lui: «Allegri! allegri! Andiamo a buttarci a mare tutti quanti! Una carrozzata di disperati! Su, su, figliuoli! salite salite! La vita è bella e non dobbiamo affliggerla con la nostra vista».
Si trattenne, per non svelare al vetturino lo scopo della gita. Sorrise però di nuovo, immaginando tutti quei mendicanti in carrozza con lui; e, come se veramente li avesse lì, vedendone qualche altro per via, ripeteva tra sé e sé l’invito:
«Vieni anche tu, sali! Ti do viaggio gratis!»

III
Nella borgata marina il Ciunna era noto a tutti.
— Immenso Ciunna! — si sentì infatti chiamare, appena smontato dalla vettura; e si trovò tra le braccia d’un tal Tino Imbrò, suo giovane amico, che gli scoccò due sonori baci, battendogli una mano su la spalla.
— Come va? Come va? Che è venuto a far qui, in questo paesettaccio di piediscalzi?
— Un affaruccio… — rispose il Ciunna sorridendo imbarazzato.
— Questa vettura è a sua disposizione?
— Sì, l’ho presa a nolo!
— Benone. Dunque: vetturino, va’ a staccare! Caro Ciunna, per male che si senta, occhi pallidi, naso pallido, labbra pallide, io la sequestro. Se ha mal di capo, glielo faccio passare; le faccio passare la qualunquissima cosa!
— Grazie, Tino mio, — disse il Ciunna intenerito dalla festosa accoglienza dell’allegro giovinetto. — Guarda, ho davvero un affare molto urgente da sbrigare. Poi bisogna che torni su di fretta. Tra l’altro, non so, forse oggi m’arriva di botto, tra capo e collo, l’ispettore.

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