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MARSINA STRETTA di Luigi Pirandello | Testo

Ma il Gori le sopraffece, avanzandosi verso il Migri.
– Decida lei! Mi lascino dire! Si tratta di questo: ho indotto di là la signorina Reis a farsi forza; a vincersi, considerando la gravità della situazione, in cui, caro signore, lei l’ha messa e la lascerebbe. Piacendo a lei, signor Migri, si potrebbe, senz’alcuno apparato, zitti zitti, in una vettura chiusa, correre al Municipio, celebrare subito il matrimonio… Lei non vorrà, spero, negarsi. Ma dica, dica lei…
Andrea Migri, così soprappreso, guardò prima il Gori, poi gli altri, e infine rispose esitante:
– Ma… per me, se Cesara vuole…
– Vuole! vuole – gridò il Gori, dominando col suo vocione le disapprovazioni degli altri. – Ecco finalmente una parola che parte dal cuore! Lei, dunque, venga, corra al Municipio, gentilissimo signore!
Prese per un braccio quell’invitato, a cui s’era rivolto la prima volta; lo accompagnò fino alla porta. Nella saletta d’ingresso vide una gran quantità di magnifiche ceste di fiori, arrivate in dono per il matrimonio, e si fece all’uscio del salotto per chiamare lo sposo e liberarlo dai parenti inviperiti, che già l’attorniavano.
– Signor Migri, signor Migri, una preghiera! Guardi…
Quegli accorse.
– Interpretiamo il sentimento di quella poverina. Tutti questi fiori, alla morta… Mi ajuti!
Prese due ceste, e rientrò così nel salotto; reggendole trionfalmente, diretto alla camera mortuaria. Lo sposo lo seguiva, compunto, con altre due ceste. Fu una subitanea conversione della festa. Più d’uno accorse alla saletta, a prendere altre ceste, e a recarle in processione.
– I fiori alla morta; benissimo; i fiori alla morta!
Poco dopo, Cesara entrò nel salotto, pallidissima, col modesto abito nero della scuola, i capelli appena ravviati, tremante dello sforzo che faceva su se stessa per contenersi. Subito lo sposo le corse incontro, la raccolse tra le braccia, pietosamente. Tutti tacevano. Il professor Gori, con gli occhi lucenti di lagrime, pregò tre di quei signori che seguissero con lui gli sposi, per far da testimoni e s’avviarono in silenzio.
La madre, il fratello, le zitellone, gl’invitati rimasti nel salotto, ripresero subito a dar sfogo alla loro indignazione frenata per un momento, all’apparire di Cesara. Fortuna, che la povera vecchia mamma, di là, in mezzo ai fiori, non poteva più ascoltare questa brava gente che si diceva proprio indignata per tanta irriverenza verso la morte di lei.
Ma il professor Gori, durante il tragitto, pensando a ciò che, in quel momento, certo si diceva di lui in quel salotto, rimase come intronato, e giunse al Municipio, che pareva ubriaco: tanto che, non pensando più alla manica della marsina che s’era strappata, si tolse come gli altri il soprabito.
– Professore!
– Ah già! Perbacco! – esclamò, e se lo ricacciò di furia.
Finanche Cesara ne sorrise. Ma il Gori, che s’era in certo qual modo confortato, dicendo a se stesso che, in fin dei conti, non sarebbe più tornato lì tra quella gente, non poté riderne: doveva tornarci per forza, ora, per quella manica da restituire insieme con la marsina al negoziante da cui l’aveva presa a nolo. La firma? Che firma? Ah già! sì, doveva apporre la firma come testimonio. Dove?
Sbrigata in fretta l’altra funzione in chiesa, gli sposi e i quattro testimonii rientrarono in casa.
Furono accolti con lo stesso silenzio glaciale.
Il Gori, cercando di farsi quanto più piccolo gli fosse possibile, girò lo sguardo per il salotto e, rivolgendosi a uno degli invitati, col dito su la bocca, pregò:
– Piano piano… Mi saprebbe dire di grazia dove sia andata a finire quella tal manica della mia marsina, che buttai all’aria poc’anzi?

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