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MARSINA STRETTA di Luigi Pirandello | Testo

Tutta quella rigidità della morta gli parve di parata, come se quella povera vecchina si fosse stesa da sé, là, su quel letto, con quella enorme cuffia inamidata per prendersi lei, a tradimento, la festa preparata per la figliuola, e quasi quasi al professor Gori venne la tentazione di gridarle:
– Su via, si alzi, mia cara vecchia signora! Non è il momento di fare scherzi di codesto genere!
Cesara Reis stava per terra, caduta sui ginocchi; e tutta aggruppata, ora, presso il lettino su cui giaceva il cadavere della madre, non piangeva più, come sospesa in uno sbalordimento grave e vano. Tra i capelli neri, scarmigliati, aveva alcune ciocche ancora attorte dalla sera avanti in pezzetti di carta, per farsi i ricci.
Ebbene, anziché pietà, provò anche per lei quasi dispetto il professor Gori. Gli sorse prepotente il bisogno di tirarla su da terra, di scuoterla da quello sbalordimento. Non si doveva darla vinta al destino, che favoriva così iniquamente l’ipocrisia di tutti quei signori radunati nell’altra stanza! No, no: era tutto preparato, tutto pronto; quei signori là erano venuti in marsina come lui per le nozze: ebbene, bastava un atto di volontà in qualcuno; costringere quella povera fanciulla, caduta lì per terra, ad alzarsi; condurla, trascinarla, anche così mezzo sbalordita, a concludere quelle nozze per salvarla dalla rovina.
Ma stentava a sorgere in lui quell’atto di volontà, che con tanta evidenza sarebbe stato contrario alla volontà di tutti quei parenti. Come Cesara, però, senza muovere il capo, senza batter ciglio, levò appena una mano ad accennar la sua mamma lì distesa, dicendogli: – Vede, professore? – il professore ebbe uno scatto, e:
– Sì, cara, sì! – le rispose con una concitazione quasi astiosa, che stordì la sua antica allieva. – Ma tu alzati! Non farmi calare, perché non posso calarmi! Alzati da te! Subito, via! Su, su, fammi il piacere!
Senza volerlo, forzata da quella concitazione, la giovane si scosse dal suo abbattimento e guardò, quasi sgomenta, il professore:
– Perché? – gli chiese.
– Perché, figliuola mia… ma alzati prima! ti dico che non mi posso calare, santo Dio! – le rispose il Gori.
Cesara si alzò. Rivedendo però sul lettino il cadavere della madre, si coprì il volto con le mani e scoppiò in violenti singhiozzi. Non s’aspettava di sentirsi afferrare per le braccia e scrollare e gridare dal professore, più che mai concitato:
– No! no! no! Non piangere, ora! Abbi pazienza, figliuola! Da’ ascolto a me!
Tornò a guardarlo, quasi atterrita questa volta, col pianto arrestato negli occhi, e disse:
– Ma come vuole che non pianga?
– Non devi piangere, perché non è ora di piangere, questa, per te! – tagliò corto il professore. – Tu sei rimasta sola, figliuola mia, e devi ajutarti da te! Lo capisci che devi ajutarti da te? Ora, sì, ora! Prendere tutto il tuo coraggio a due mani: stringere i denti e far quello che ti dico io!
– Che cosa, professore?
– Niente. Toglierti, prima di tutto, codesti pezzetti di carta dai capelli.
– Oh Dio, – gemette la fanciulla, sovvenendosene, e portandosi subito le mani tremanti ai capelli.
– Brava, così! – incalzò il professore. – Poi andar di là a indossare il tuo abitino di scuola; metterti il cappellino, e venire con me!
– Dove? che dice?
– Al Municipio, figliuola mia!
– Professore, che dice?

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