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LA ROSA di Luigi Pirandello | Testo

In una infinita moltitudine di cani, che dormivano da mane a sera, sdrajati su l’acciottolato delle vie.
Non si svegliavano neanche per grattarsi, quei cani; o meglio, si grattavano, seguitando a dormire.
E guaj a chi, a Péola, apriva la bocca per sbadigliare! Gli restava aperta per un’infilata di almeno cinque sbadigli alla volta. Entrata in bocca a uno, la noja non si risolveva a uscirne facilmente. E tutti, a Péola, per ogni cosa da fare chiudevano gli occhi e sospiravano:
– Domani..
Perché oggi o domani era lo stesso, cioè domani non era mai.
– Vedrà quanto poco avrà da fare all’ufficio del telegrafo, – concluse. – Non se ne serve mai nessuno. Vede questo trenino? Va col passo d’una diligenza. E anche la diligenza rappresenterebbe un progresso per Péola. La vita, a Péola, va ancora in lettiga.
– Dio Dio, lei mi spaventa! – disse la signora Lucietta.
– Non si spaventi, via! – sorrise quel signore. – Ora le do una buona notizia: fra pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo.
– Ah…
E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei.
– Ballano i cani? – domandò.
– No: i “civili” di Péola… Ci vada: si divertirà. Giusto il Circolo è su la piazza, vicino all’ufficio del telegrafo. Ha trovato l’alloggio?
La signora Lucietta rispose di sì, che lo aveva trovato, nella stessa casa che prima ospitava l’ufficiale telegrafico suo predecessore. Poi domandò:
– E lei, scusi… il suo nome?
– Silvagni, signora. Fausto Silvagni. Sono il segretario comunale.
– Oh guarda! Piacere.
– Mah!
E il Silvagni levò una mano dal pomo del bastone a un gesto sconsolato, atteggiando il volto d’un sorriso amarissimo, che gli velò d’intensa malinconia i grandi occhi chiari.
Il treno salutò con un fischio lamentoso la stazionuccia di Péola.
– Qua?

II
Tra quell’ampia chiostra di monti azzurrini qua e là spaccata da vaporose vallate, fosche di guerci e d’abeti, gaje di castagni, Péola, col suo mucchietto di tetti roggi e i suoi quattro campaniletti scuri, le anguste piazzette sbieche e le viuzze scoscese tra case piccole vecchie e case un po’ piú grandi nuove, aveva dunque il privilegio d’ospitare la vedova di quel giornalista Loffredi, della cui tragica morte ancora avvolta nel mistero si seguitava di tanto in tanto a parlare nei giornali delle grandi città. Privilegio non comune, poter sapere dalla viva voce di lei tante cose che gli altri, nelle grandi città, non sapevano; ma anche solamente vederla e poter dire:
– Il Loffredi, vivo, tenne stretta fra le braccia quella cosina lì!

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