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LA ROSA di Luigi Pirandello | Testo

I
Nel bujo fitto della sera invernale il trenino andava col passo di chi sa che tanto ormai non arriva piú a tempo.
In verità la signora Lucietta Nespi, vedova Loffredi, per quanto annojata e stanca del lungo viaggio in quella sudicia vettura di seconda classe, non aveva alcuna fretta d’arrivare a Péola.
Pensava… pensava…
Si sentiva trasportata da quel trenino, ma con l’anima era ancora nella lontana casa di Genova, abbandonata, le cui stanze, sgombre della bella mobilia ancor quasi nuova, miseramente svenduta, invece di sembrarle piú grandi, le erano sembrate piú piccole. Che tradimento!
Aveva bisogno di vederle grandi, lei, molto grandi e belle, quelle stanze, nell’ultima visita d’addio, dopo lo sgombero, per poter dire un giorno, con orgoglio, nella miseria a cui discendeva:
– Eh, la casa che avevo a Genova…
Lo avrebbe detto lo stesso, di certo; ma in fondo all’anima, le era rimasta la disillusione di quelle stanze sgombre, così meschine.
E pensava anche alle buone amiche, dalle quali, all’ultimo, non era andata a licenziarsi, perché anch’esse, tutte, l’avevano tradita, pur dandosi l’aria di volerla ajutare a gara Oh sì, ajutarla, conducendole in casa tanti compratori onesti, a cui certo, prima, avevano magnificato l’occasione di potere aver per cinque ciò che era costato venti e trenta.
Così pensando, la signora Lucietta ora restringeva ora dilatava i begli occhietti vispi e, di tratto in tratto, con una rapida, speciosa mossetta che le era abituale levava una mano e si passava l’indice sul nasetto ardito e sospirava.
Era stanca veramente. Avrebbe voluto addormentarsi.
I suoi due bimbi orfani, loro sì, poveri amorini, s’erano addormentati: uno, il maggiore, disteso sul sedile sotto un mantelletto; l’altro qua, rinchioccito, col capino biondo su le gambe di lei.
Chi sa, si sarebbe forse anch’ella addormentata, se avesse potuto in qualche modo appoggiare un gomito o il capo, senza svegliare il piccino, a cui le sue gambe facevano da guanciale.
Il sedile di fronte serbava l’impronta de’ suoi piedini, che vi avevano trovato un comodo sostegno, prima che fosse venuto a prender posto – ce n’erano tante di vetture, nossignori! – proprio lì, un omaccione su i trentacinque anni, barbuto, bruno in viso, ma con occhi chiari, verdastri: due occhi grandi, intenti e tristi.
La signora Lucietta ne aveva provato subito un grande fastidio. Il color chiaro di quei grandi occhi le aveva chi sa perché – destato confusamente l’idea che il mondo, ovunque ella andasse, le sarebbe rimasto sempre estraneo ormai, e come lontano, lontanissimo e ignoto; e ch’ella vi si sarebbe sperduta, invano chiedendo ajuto, tra tanti occhi che sarebbero rimasti a guardarla, come quelli, con qualche velo di tristezza, sì, ma in fondo indifferenti.
Per non vederli, teneva da un pezzo la faccia voltata verso il finestrino, quantunque di fuori non si scorgesse nulla.
Si vedeva solo, in alto, sospeso nella tenebra, il riflesso preciso della lampada a olio della vettura, con la rossa fiammella fumosa e vacillante, il vetro concavo dello schermo e l’olio caduto, che vi sguazzava.
Pareva proprio che ci fosse un’altra lampada di là, la quale seguisse con pena, nella notte, il treno, quasi per dargli insieme conforto e sgomento.

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