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UN’IDEA di Luigi Pirandello| Testo

Ha attraversato la piazza. Prima d’entrare nello stretto delle case torna a fermarsi. Andare a chiudersi, nell’atomo in cui è, piú che nausea gli fa paura. Prende a destra per il lungo viale che conduce al ponte e, di là ai sobborghi solitarii oltre il fiume. È certo che tornerà indietro appena giunto al ponte. Sul ponte non salirà. Senza volerlo avvertire, un brivido, solo a pensarci. Il freddo è pungente; perfino il selciato ne sembra illividito. Nota, camminando, che ogni qual volta passa sotto una delle lampade elettriche sospese alte in fila in mezzo al viale, l’ombra del suo corpo s’allunga, crescendogli curiosamente da un piede e dall’altro, e piú s’allunga e piú si rarefà, finché non svanisce. Anche l’ombra del suo corpo, come quell’idea.
Non può piú illudersi che, la mattina dopo, ristorato dal sonno della notte, si scrollerà d’addosso il ricordo di quei momenti d’ossessione, esclamando per non dar loro importanza:
– Stanchezza! –
Troppe volte ha esclamato così. Gli pare ormai la esclamazione d’un altro, per certi conforti che, inutile darli, eppure si danno. Se è veramente stanchezza, del resto, non essendo piú di momenti e non bastando piú il sonno né altro a fargliela passare, che sollievo e che conforto può piú essere per lui chiamarla così quella idea? E non è neppure disgusto di quella sua vita. No, è che proprio non lo sa che cosa sia precisamente né donde gli venga, ormai così spesso, quella idea, come un arresto improvviso che lo tiene sospeso e assorto in una opaca attesa.
Ma come? È già entrato?
Da sé, i suoi piedi, in un portone ben noto di quel viale; e hanno anche salito la prima rampa d’una scala per cui altre volte, di tempo in tempo, egli è salito con una vaga speranza nel cuore, e da cui ogni volta è disceso col proposito di non tornare a salirla mai piú.
Una saletta, e poi lo scrittojo, tutto in ombra, rischiarato soltanto sui grandi fogli bianchi d’un registro aperto sul piano della scrivania. Traspare appena in quell’ombra un paralume verde di vetro. E su quei fogli illuminati due mani rosee, piccole, con tante fossette quante sono le dita. Dall’ombra viene una voce. Senza sorpresa, senza rimprovero, quasi sbocciata da un lieve, lieto sorriso:
– Ah tu ancora qui, – Bisogna far gli occhi a discernere in quell’ombra; ma lui ci vede e va dritto alla voce e ha, come al solito, le mani troppo pronte; come al solito lei gliele prende e, piú che respingerle, fa il gesto di restituirgliele. Così non le vuole; neppure se egli fosse ancora il suo fidanzato. Ah, lo è ancora? Bel coraggio! Non si fa piú vedere da quattro mesi. Lei non l’ha richiamato; ma non lo richiamerà mai lei. Se vuoi venire, è sempre il benvenuto, e la troverà tutte le sere al lavoro, in casa, dopo il servizio giornaliero alla banca, là coi suoi registri e tra le sue cifre, e due penne, già, e due inchiostri, cifre rosse e cifre nere, regoli, matite e la macchinetta per le operazioni automatiche.
– Zia! –
Inutile svegliarla, povera zia. Dorme al solito sul divano, fingendo di lavorare a maglia. S’ostina ad aspettare, così con gli occhiali sul naso, che lei abbia finito, per andare a letto insieme. La testa le ciondola ora su una spalla ora sull’altra; le mani le sono scivolate in grembo: anche gli occhiali a momenti le scivoleranno dal naso.
Quelle cifre? Ma no, che vuole che rappresentino per lei? Il suo lavoro, da eseguire con la massima attenzione. Poi restano lì, per la banca. Non la interessano affatto. E così dicendo, si passa le mani sui biondi capelli lisci e lucidi e gli sorride coi chiari occhi azzurri. La bocca è così fresca e la fronte così serena! Non ha mai desiderii?
– No. Perché averne? –

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