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ROMOLO di Luigi Pirandello | Testo

Il vecchio ora dice che l’avrebbe preferito. Tre o quattro altri insieme sarebbero stati compagni e si sarebbero diviso il lavoro; e sua moglie forse, allora, non sarebbe morta di fatica. Ma quell’uno fu per forza nemico, un nemico da respingere, anche col coltello in pugno, dalla vita che egli aveva fatto nascere su quello stradone, e ch’era sua. Di fronte a tre o quattro altri insieme, egli avrebbe cercato e stabilito un accordo; e certo sarebbe stato da essi riconosciuto e rispettato come il primo e come il capo. Da quell’uno dovette invece accanitamente difendersi la vita, da non lasciargliene prendere nulla o quel poco soltanto che alle sue braccia non riusciva piú di contenere. Ma l’effetto fu questo: che gli morì la moglie dalla troppa fatica.
– Dio! – dice il vecchio, adesso, alzando una mano con l’indice teso.
E lascia nell’ombra i casi e gli eventi passati, di cui riconosce in Dio la causa, e dunque l’obbligo per gli uomini d’accettarli con obbedienza e rassegnazione, per quanto dolorosi e crudeli possano parere. I casi passano e vanità è ricordarli di fronte a questa certezza: che la giustizia di Dio trionfa sempre.
Romolo non può parlare altrimenti. Deve riconoscere, Romolo, che fu giustizia di Dio la morte della moglie: che Dio, cioè, con questa morte lo volle punire del suo voler troppo. Perché alla fine il trionfo della giustizia divina Romolo deve additarlo in lui che – morto Remo – ne sposò in seconde nozze la moglie. E perché morì Remo? Ma anche lui per punizione di Dio, per una gran paura che Dio gli mise addosso; morì perché comprese che l’uomo. a cui egli era venuto a mettersi contro, ora, stroncato dalla morte della moglie, avrebbe certo rovesciato su lui il furore della sua disperazione.
Poteva Dio permettere che una sua punizione diventasse soverchia e dunque ingiusta lasciando che quell’altro profittasse di quanto ora a lui era venuto a mancare con la morte della moglie? La punizione ch’era dolore per lui, doveva essere paura per quell’altro; e tanta fu, che ne morì. Romolo non dice altro
Soggiunge però, che allora, nelle due case di contro, popolate tutte e due di figliuoli, a cui finora non era stato mai concesso d’accostarsi gli uni agli altri per mettere insieme i loro giuochi; nelle due case di contro restarono, qua un uomo senza donna, là una donna senza uomo. E l’uno vestito di nero vide l’altra vestita di nero; e nel cuore dell’uno e dell’altra ecco che Dio allora fece sbocciare la carità, un reciproco bisogno d’ajuto e di conforto. E la prima guerra finì.
Romolo tentenna il capo e sorride.
Vede in mente come, dopo le prime due, nacquero le altre case di questa borgata, quando i figliuoli da una parte e dall’altra crebbero, e alcuni fecero nozze tra loro e altri portarono da lontano chi la moglie, chi il marito.
Ah, una di qua, una di là, quelle case! Non propriamente nemiche. No. Scontrose. Le spalle non se le voltavano; ma l’una s’era messa un po’ di fianco e l’altra un po’ di traverso, come se tra loro non volessero vedersi in faccia. Finché, con l’andare degli anni, tra questa e quella una terza non sorse in mezzo, come paciera, a riunirle.
– Per questo, – dice Romolo, – le strade antiche dei piccoli paesi sono tutte storte, che ogni casa vi scantona.
Per questo, sì. Ma poi viene, o Romolo, la civiltà coi piani regolatori, che obbligano le case a stare in riga.
– La guerra allineata, – tu dici.
Sì; ma civiltà vuol dire appunto il riconoscimento di questo fatto: che l’uomo, tra tanti altri istinti che lo portano a farsi guerra, ha anche quello che si chiama istinto gregario, per cui non vive se non coi suoi simili.
– E or dunque vedi da questo, – tu concludi, – se l’uomo può mai essere felice!

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