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ROMOLO di Luigi Pirandello | Testo

Ora un giorno, mentr’egli giocava per istrada coi compagni a un gioco furioso, la madre, che se ne stava seduta allo scalino davanti la porta, lo chiamò perché piano piano con un sorsellino cauto si sorbisse da un uovo, ch’ella teneva in mano la chiara soltanto, non ben cotta, la chiara soltanto, di cui la sorellina malatuccia e disappetente aveva schifo.
Ebbene, con quel sorsellino che avrebbe dovuto scoronar l’uovo appena appena, egli, nella furia del gioco interrotto, senza farlo apposta, s’era tirato dentro tutto l’uovo, chiara e torlo, tutto quanto, lasciando con tanto d’occhi sbarrati per la sorpresa e il guscio in mano, vuoto, la madre e la sorellina.
Lo stesso ora qua, per lo stradone.
Quando disse “qua”, non aveva certo in mente questa borgata d’oggi, la città di domani. Pensava che sarebbe restato sempre lui solo a offrire ajuto a tutti quelli che sarebbero passati di là. Ma dentro quel suo primo respiro, tratto in mezzo allo stradone, non c’era soltanto aria per un solo tetto di paglia; c’era dentro l’aria per tutta questa borgata d’oggi, per la città di domani. E tanto era stato il suo coraggio nel levare quel primo tetto di paglia, che altri per forza dovevano sentirsene attirati.
Quando però una necessità non pensata si para davanti a una illusione, questa necessità ci sembra un tradimento.
Ecco qua: dopo che lui, sfidando gli orrori della solitudine, per mesi e mesi solo, era riuscito a far fermare davanti a quel suo tetto di paglia i carri che passavano, e poi, levata a poco a poco la casetta di pietra e fatta venir la moglie coi figliuoli, era riuscito a far sedere sotto la pergola i carrettieri a bere il vino, di cui una bottiglina di saggio pendeva appesa con una frasca d’insegna alla porta, e a mangiare in rozze scodelle campestri i cibi cucinati dalla moglie, mentr’egli attendeva a riparare una ruota o una molla a qualche carro o a ferrar la mula o il cavallo; un altro era venuto su lo stradone, un po’ piú in giú, a levare contro alla sua casa un’altra casa.
Perché un paese (ora il vecchio lo sa bene e lo può dire per esperienza) un paese nasce così.
Non è mica vero che gli uomini si mettono insieme per darsi conforto e ajuto a vicenda. Insieme si mettono per farsi la guerra. Quando una casa sorge in un punto, l’altra casa non le si mette mica accanto come una compagna o una buona sorella; di fronte le si mette, come una nemica, a toglierle la vista e il respiro.
Egli non aveva il diritto d’impedire che un’altra casa gli sorgesse di fronte. La terra su cui sorgeva, non era sua. Ma questa terra prima era un deserto. Che vita aveva? La vita gliel’aveva data lui. E l’usurpazione e la frode che quell’altro era venuto a commettere, non era della terra, ma della vita che egli a questa terra aveva dato.
– Qua non è tuo! – poteva soltanto dirgli quell’altro.
– Sì. Ma che era qua prima per te? – poteva gridargli lui. – E ci saresti tu venuto, se prima non ci fossi venuto io? Qua non c’era nulla; e tu vieni adesso a rubarmi quello che ci ho messo io!
Troppo, però, veramente – doveva riconoscerlo – troppo ci aveva messo per uno solo.
Tutti i carri che passavano, spesso in lunga fila, si fermavano la ora. per una sosta abituale. La moglie non riparava a sentir tutti e non si reggeva piú in piedi dalla fatica; anch’egli, quelle due braccia sole che Dio gli aveva date, non se le sentiva piú, la sera, dalla stanchezza. C’era dunque posto e lavoro non solo per un altro, ma anche forse per tre o quattro altri.

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