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ROMOLO di Luigi Pirandello | Testo

Nelle società così dette civili. o dette anche storiche, la leggenda – si sa – non può piú nascere. Potrebbe nascere, e spesso anche nasce, ma umile, e striscia timida tra il popolino: lumachella che ha gli occhi nelle corna e subito li ritira tra il bollichìo della vana bava, appena col dito rigido e sporco d’inchiostro un professore di storia glieli tocchi.
Crede, il professore di storia, che in quel suo dito rigido e sporco d’inchiostro sia la santa verità, e che sia un bene far ritirare le corna alla lumachella. Disgraziato! E piú disgraziati i posteri che avranno minuto per minuto documentati i fatti degli avi e dei padri, che forse, abbandonati alla memoria e all’immaginazione, a poco a poco, come ogni cosa lontana, s’inazzurrerebbero di qualche poesia.
Storia, storia. Finiamola con la poesia.
Ecco qua, senza lupa, senza il fratello Remo, senza volo d’avvoltoj, Romolo, come ce lo fanno conoscere gli storici; come l’ho conosciuto io, jeri, vivo.
Romolo: un fondatore di città.
E dire che, a guardarlo bene negli occhi di lupo, peccato! si poteva credere benissimo che davvero una lupa lo avesse allattato, bambino, circa novanta anni fa. Il suo Remo di fronte. rivale. quantunque non fratello, lo aveva avuto davvero. Non l’aveva ucciso, solo perché Remo aveva pensato lui di morire prima a tempo, da sé. Ma non andate ora a cercare nelle carte geografiche la città fondata da questo Romolo. Non la trovereste. La troveranno i posteri di sicuro, di qua a tre o quattrocento anni, e anche segnata vi so dire con uno di quei cerchietti che indicano le città capoluogo di provincia e il suo bravo nome accanto: Riparo, che ciascuno dentro ci potrà immaginare le belle cose che vi saranno, vie, piazze, palazzi, chiese, monumenti, col signor prefetto e la signora prefettessa, se dureranno ancora questi saggi ordinamenti sociali e se un terremoto prima (con l’ajuto di Dio che castiga le ambizioni degli uomini) non l’avrà fatta crollare dalle fondamenta; ma speriamo di no.
Per ora, è piú che un casale; di già una bella borgata, con presto due chiesine.
Una è questa qua. Stalla un tempo, per consiglio di Romolo adattata a chiesina; con un solo altarino dentro, di vecchio legno ingrassato al tanfo caldo del letame, e una stampa del sacro cuore di Gesú attaccata al muro coi chiodini; alla meglio, si sa, ma che importa? Gesú ce la respira davvero, qui dentro, la sua natività.
Da miglia e miglia lontano, ogni domenica, ci viene con la mula un prete a dir messa, tutto sudato e impolverato, d’estate; intabarrato fino agli occhi e con l’ornbrellone di seta verde, d’inverno, come nelle oleografie. La mula, legata per la cavezza all’anello accanto alla porta, aspetta, sbuffando e scalciando per le mosche culaje. Ecco qua in terra il segno delle scalciature. Povera bestia, non lo sa che è ufficio divino. Le pare una gran seccatura e mill’anni che finisca.
L’altra, la nuova, sarà presto terminata e sarà una vera galanteria, col campanile e tutto, tre altarini e il pulpito e la sagrestia; tutto insomma; chiesa, per davvero, levata di pianta per chiesa, con un tanto a testa di tutti i borghigiani.

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