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PIUMA di Luigi Pirandello | Testo

Dopo alcuni giorni vide entrare nella camera, vestita di nero, tra le due bambine vestite anch’esse di nero, la grossa cugina con gli occhiali, disfatta dal pianto. Le si piantò come un incubo lì davanti al letto; poi prese a sussultare, arrangolando; e infine stimò giustizia gridarle in faccia tra infinite lagrime la sua disperazione, mostrando le due piccine orfane, e il danno ormai irreparabile ch’ella aveva fatto loro non morendo prima. Come, come sarebbero rimaste adesso quelle due piccine?
Ella ascoltò da prima sbigottita; ma poi, protraendosi a lungo lo spettacolo un po’ teatrale di quella disperazione pur sincera, non ascoltò piú: fissò l’altra bimba che ancora non conosceva e notò con piacere che questa era senza occhiali. Le parve un refrigerio sentirsi così esile, quasi impalpabile, tra il fresco delle lenzuola bianche, bianca, di fronte a tutto quel nero angoscioso tempestoso bagnato di lagrime, che involgeva e sconvolgeva la grossa cugina; e ben buffo le parve, che se lo fosse assunto lei, così, il lutto del marito, e lo avesse anche imposto a quelle due povere piccine che fortunatamente avevano l’aria di non ricordarsi piú di nulla e una gran maraviglia avevano negli occhi spalancati d’esser penetrate finalmente in quella camera proibita e di veder sul letto lei che le guardava con curiosità affettuosa.
Non comprendevano, certo, quelle due bambine ch’ella avesse loro fatto un gran danno, quel gran danno che la loro mamma gridava così disperatamente. Ma non c’era proprio rimedio? nessun rimedio? Lo chiese a nome delle due piccine, per risparmiar loro lo sbigottimento di tutto quel pianto e di tutte quelle grida. C’era? E dunque, perché quel pianto e quelle grida? di che si trattava? di lasciar tutto ciò che ella possedeva a quelle due piccine? Ma subito! ma pronta! Veramente, per sé, ella credeva di non possedere piú altro che quell’esile filo di vita, il quale aveva soltanto bisogno di qualche goccia d’acqua, di qualche goccia di latte. Che le importava di tutto il resto? Che le importava di lasciare agli altri ciò che non era piú suo da tanto tempo? Era una faccenda difficile e molto complicata? Ah sì? e come? perché? Ma dunque davvero era una goffaggine insopportabile la vita, se una cosa così semplice poteva diventar difficile e complicata.
E le parve di vedersela entrare in camera, alcuni giorni dopo, la complicata goffaggine della vita nella persona d’un notajo, il quale alla presenza di due testimonii, prese a leggerle un atto interminabile, di cui non comprese nulla. Alla fine, con molta delicatezza, si vide presentare un oggetto che non vedeva piú da tanto tempo. Una penna, perché apponesse la firma a quell’atto, non solo in fondo, ma parecchie volte, in margine a ogni foglio di esso.
La sua firma?
Prese la penna; la osservò. Quasi non sapeva piú reggerla tra le dita. E alzò poi in faccia al notajo i limpidi occhi di zaffiro con un’espressione smarrita e ridente. La sua firma? Aveva ancora dunque il peso d’un nome ella? un nome da lasciare là su quella carta?
Amina… e poi come? Il nome di zitella, e poi quello di maritata. Oh, e anche vedova bisognava mettere? Vedova… lei? E guardo la cugina. Poi scrisse: Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara.
Rimase a contemplarla un pezzo quella sua incerta scrittura sulla carta. E le parve così buffo che si potesse credere che in quel rigo di scrittura lì ci fosse veramente lei, e che gli altri se ne potessero contentare, non solo, ma se ne beassero tanto, come d’un atto di grande generosità, che costituiva una vera fortuna per le due povere piccine vestite di nero, quella firma. Sì? E ancora, dunque! ancora… Amina Berardi del fu Francesco, vedova Vismara… Per lei era come uno scherzo, strascicare quel lungo nome goffo su per tutti quei fogli di carta bollata, come una bambina parata da grande, la lunga coda della veste di mamma.

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