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PIUMA di Luigi Pirandello | Testo

Non bisogna abusarne; se no, è l’affanno di nuovo e il feroce morso di quei dolori al petto che la fanno urlare come una belva. No no – bisogna tenerla lontana così – la sua vita, per viverla soltanto lì, nel ricordo.
Oh come le piacciono lì certe giornate di nuvole chiare, dopo le piogge, con l’odore di terra bagnata e nella luce umida l’illusione delle piante e degl’insetti che sia di nuovo primavera. La notte, le nuvole dilagano su le stelle e le annegano, per poi lasciarle riapparire su brevi profonde radure d’azzurro. Ed ella, con l’anima piena della piú angosciosa dolcezza d’amore, ecco, affonda gli occhi in quel notturno azzurro, e si beve tutte quelle stelle.
Poche gocce d’acqua, qualche goccia di latte, ora, e nient’altro. Ma nel sogno così, anche a occhi aperti, dov’ella perennemente viveva, venivano a nutrirla in abbondanza i ricordi che per lei erano vita. Le recavano con piú la materialità, ma la fragranza e il sapore dei cibi d’allora, di quelli che piú le piacevano, frutta ed erbe, e l’aria d’allora e la gajezza e la salute.
Come poteva piú morire? Dopo un lieve sonno, la sua anima era pienamente ristorata, e bastava al suo corpo, così com’era ridotto, che quasi non era piú, una goccia l’acqua, una goccia di latte.
La grossolanità goffa dei corpi, non solo del marito e della cugina, ma di quanti le s’accostavano al letto era ormai ai suoi occhi, a tutti i suoi sensi acutissimi, d’una gravezza insopportabile, e cagione di ribrezzo e qualche volta anche di terrore. La diafana gracilità delle pinne el suo nasino fremeva, spasimava, avvertendo i nauseanti odori di quei corpi, la densità acre dei loro fiati; e quasi avevan peso per lei anche i loro sguardi quando le si posavano addosso per commiserarla. Sì, sì questa commiserazione, come tutti gli altri sentimenti e desiderii, in quei corpi, avevan peso per lei e anche cattivi odori. Nascondeva perciò spesso la faccia sui guanciali, finché non si fossero allontanati dal letto. Da lontano, con piú spazio attorno alla chiara, aerea levità del suo sogno, li guardava, e dentro di sé ne rideva, come di grosse bestie strane che non potevano vedersi, da sé, come le vedeva lei, condannate all’affanno di stupidi bisogni, di gravi e non pulite passioni.
Piú che per tutti gli altri rideva tra sé per il marito, quando lo vedeva piantato in mezzo alla camera con la pensosità pesante e lugubre dei buoi. Anche così da lontano, gli scorgeva la pelle spungosa, seminata di puntini neri. Certo egli credeva di lavarsi bene, ogni mattina; bene come si lavavano tutti gli altri; ma anche a tutti gli altri, per quanto si lavassero, restavano sempre nella pelle tutti quei puntini neri. Poteva scorgerli lei sola, come lei sola scorgeva la granulosità dei nasi e tant’altre cose che, a guardar così da lontano, erano per lei divertentissime.
La grossa cugina con gli occhiali, per esempio, non poteva fare a meno d’abbassar le palpebre, appena ella la fissava col capo di solito reclinato giú dal guanciale, sul bianco della rimboccatura del lenzuolo.
In quel bianco, il suo visino quasi spariva, e solo si vedevano, acuti e brillanti, i due grandi occhi di zaffiro, come due vive gemme posate lì.

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