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PIUMA di Luigi Pirandello | Testo

Nella luce di quella vasta camera bianca, su quell’ampio letto bianco, s’era ridotta piú fragile di quegli insetti d’estate che, a toccarli appena, son lieve polvere d’oro tra le dita Come faceva, così fragile, a resistere agli spasimi di quei fieri accessi del male, non rari? Non pareva un dolore umano, poiché le strappava dalla gola cupi gridi d’animale. Ma pure resisteva. Poco dopo, calma, era come se non fosse stato nulla. Diventava sempre piú magra, questo sì; e piú che a vederla, era uno spavento a immaginare a che punto di magrezza si sarebbe ridotta di qui a dieci, di qui a vent’anni, chi sa! perché forse per venti anni ancora, e piú, avrebbe seguitato su quel letto a incadaverirsi viva; pur senza sformarsi, pur senza perdere, anzi acquistando sempre piú una sua certa grazia infantile, per cui pareva non tanto dimagrisse, quanto si rimpiccolisse tutta a mano a mano che il tempo passava, quasi che, per prodigio, dovesse uscir di vita non già dalla vecchiaia, ma dall’infanzia, a ritroso.
Gli occhi però, gli occhi nel brillio dell’azzurra luce, in quello sparuto visino di bimba, non erano infantili; si facevano anzi sempre piú diabolicamente maliziosi; massime quando, dopo gli accessi del male, ancora aggruppata nel letto, con la testina arruffata giú dal guanciale, su la rimboccatura del. lenzuolo scomposta, guardava i dorsi del grosso marito e della grossa cugina, che s’allontanavano curvi e mogi mogi dal letto.
Disperati, quei poverini! Chi sa che discorsi facevano tra loro di là, e che pensavano di qua, stando a vegliarla! Forse la vedevano come presa in uno strano impenetrabile incanto, che la rappresentava loro come lontana lontana, pur lì vicina, sotto i loro occhi. Ciò che ella chiamava “sole”, ciò che ella chiamava “aria”, quando con una voce che non pareva piú umana diceva “sole”, diceva “aria”, forse a nessuno dei due pareva che fosse piú lo stesso loro sole, la stessa loro aria. Era difatti come il sole d’un altro tempo, un’aria ch’ella chiedesse da respirare altrove, lontano; perché qui, ora, doveva loro sembrare ch’ella non avesse piú bisogno né di sole né d’aria né di nulla.
Lontano lontano, nel tempo suo lieto, col sole e l’aria d’allora, quand’era bella e sana e gaja e i limpidi occhi di zaffiro avevano fremiti di desiderio o collere ridenti; e dove lucidi, precisi con tutti i loro colori, quasi riflessi davanti a lei in uno specchio, le vivevano gli aspetti della sua vita, com’era allora.
Si dondolava andando, ma così leggera! per quel traforo verde del lungo pergolato opaco, con in fondo il sole abbarbagliante; le manine rosee appese alle falde del gran cappello di paglia stretto ai lati da un nastro di velluto nero annodato sotto il mento. Oh quella paglia! Sul cristallo azzurro della fontana in fondo al pergolato, ove lei ora corre a specchiarsi, pare un cestello rovesciato.
– Amina! Amina!
Chi la chiama così? Scende la scalinata sotto il pergolato. Sulla spiaggia non c’è nessuno. E ora, in barca, sola, col mare agitato, si sente assalita dalle ondate che la sferzano, come di piombo. E si sente acqua, si sente vento; viva in mezzo alla tempesta. E ogni volta, a ogni sferzata, ah! è un divino imbevimento, che la fa quasi nitrire, ebbra. Una forza agile, prodigiosa, tremenda, la lancia, poi la culla spaventosamente. E in questo spavento vertiginoso che voluttà!

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