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IL VIAGGIO di Luigi Pirandello | Testo

Subito però quel sorriso le destò una viva e profonda tenerezza per sè condannata a morire, ora, ora che le si schiudevano davanti agli occhi stupiti tante bellezze maravigliose, una vita, quale anche per lei avrebbe potuto essere qual era per tante creature che lì vivevano. E sentì che forse era stata una crudeltà farla viaggiare.
Ma poco dopo, quando la vettura Analmente si fermò in fondo a un viale remoto, ed ella sorretta da lui ne scese per vedere da vicino la fontana d’Ercole; Il davanti a quel la fontana, sotto il cobalto del cielo così intenso che quasi pareva nero attorno alla fulgida statua marmorea del semidio su l’alta colonna sorgente in mezzo all’ampia conca, chinandosi a guardare l’acqua vitrea, su cui natava qualche foglia, qualche cuora verdastra che riflettevano l’ombra sul fondo; e poi, a ogni lieve ondulìo di quell’acqua, vedendo vaporare come una nebbiolina sul volto impassibile delle sfingi che guardano la conca, quasi un’ombra di pensiero si sentì anche lei passare sul volto che come un alito fresco veniva da quell’acqua; e subito a quel soffio un gran silenzio di stupore le allargò smisuratamente lo spirito; e, come se un lume d’altri cieli le si accendesse improvviso in quel vuoto incommensurabile, ella sentì d’attingere in quel punto quasi l’eternità, d’acquistare una lucida, sconfinata coscienza di tutto, dell’infinito che si nasconde nella profondità dell’anima misteriosa, e d’aver vissuto, e che le poteva bastare, perché era stata in un attimo, in quell’attimo, eterna.
Propose al cognato di ripartire quello stesso giorno. Voleva ritornarsene a casa, per lasciarlo libero, dopo quei quattro giorni sottratti alle sue vacanze. Un altro giorno egli avrebbe perduto per riaccompagnarla; poi poteva riprendere la via, la sua corsa annuale per paesi più lontani, oltre quell’infinito mare turchino. Senza timore poteva, ché di sicuro lei non sarebbe morta così presto, in quel mese delle sue vacanze.
Non gli disse tutto questo; lo pensò soltanto; e lo pregò che fosse contento di ricondurla al paese.
– Ma no, perché? – le rispose egli. – Ormai ci siamo; tu verrai con me a Napoli. Consulteremo là, per maggior sicurezza, qualche altro medico.
– No, no, per carità, Cesare! Lasciami ritornare a casa. E inutile!
– Perché? Nient’affatto. Sarà meglio. Per maggior sicurezza.
– Non basta quello che abbiamo saputo qua? Non ho nulla; mi sento bene, vedi? Farò la cura. Basterà.
Egli la guardò serio e disse:
– Adriana, desidero così.
E allora ella non poté più replicare: vide in sè la donna del suo paese che non deve mai replicare a ciò che l’uomo stima giusto e conveniente; pensò che egli volesse per sé la soddisfazione di non essersi contentato d’un solo consulto, la soddisfazione che gli altri, là in paese, domani, alla morte di lei, potessero dire: Egli fece di tutto per salvarla; la portò a Palermo, anche a Napoli…”. O forse era in lui veramente la speranza che un altro medico di più lontano, più bravo, riconoscesse curabile il male, scoprisse un rimedio per salvarla? O forse… ma st, questo era da credere piuttosto: sapendola irremissibilmente perduta, egli voleva, poiché si trovava in viaggio con lei, procurarle quell’ultimo e straordinario svago, come un tenue compenso alla crudeltà della sorte.
Ma ella aveva odore, ecco, orrore di tutto quel mare da attraversare. Solo a guardarlo, con questo pensiero, si sentiva mozzare il fiato quasi avesse dovuto attraversarlo a nuoto.
– Ma no, vedrai – la rassicurò egli, sorridendo. – Non avvertirai neppure d’esserci, di questa stagione. Vedi com’è tranquillo? E poi vedrai il piroscafo… Non sentirai nulla.

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