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IL VIAGGIO di Luigi Pirandello | Testo

Lo seguiva in uno di quei viaggi, a cui un tempo pensava con tanto turbamento. E un solo timore aveva adesso: quello di apparire turbata a lui che le stava davanti, tutto intento a lei, ma tranquillo come sempre.
Questa tranquillità di lui, naturalissima, avrebbe fatto stimare a lei indegno il suo turbamento e tale da doverne arrossire, ove ella, con una finzione quasi cosciente, appunto per non doverne aver vergogna e raffinarsi di se medesima, non gli avesse dato un’altra cagione: la novità stessa del viaggio, l’assalto di tante impressioni strane alla sua anima chiusa e schiva. E attribuiva lo sforzo che faceva su se stessa per dominare quel turbamento (il quale tuttavia, così interpretato, non avrebbe avuto nulla di riprovevole) alla convenienza di non darsi a vedere tanto nuova delle cose e meravigliata, di fronte a uno che, per esser da tanti anni esperto di tutto e padrone sempre di sè, avrebbe potuto provarne fastidio e dispiacere. Anche ridicola, infatti, avrebbe potuto apparire, alla sua età, per quella meraviglia quasi infantile che le ferveva negli occhi.
Si costringeva pertanto a frenare l’ilare ansia febbrile dello sguardo e a non voltare continuamente il capo da un finestrino all’altro, come aveva la tentazione di fare per non perdere nulla delle tante cose, su cui i suoi occhi, così in fuga, si posavano un attimo per la prima volta. Si costringeva a nascondere la maraviglia, a dominare quella curiosità, che pure le avrebbe giovato tener desta e accesa, per vincere con essa lo stordimento e la vertigine che il rombar cadenzato delle ruote e quella fuga illusoria di siepi e d’alberi e di colli le cagionavano.
Andava in treno per la prima volta. A ogni tratto, a ogni giro di ruota, aveva l’impressione di penetrare, d’avanzarsi In un mondo ignoto, che d improvviso le si creava nello spirito con apparenze che? per quanto le fossero vicine, pur le sembravano come lontane e le davano, insieme col piacere della loro vista, anche un senso di pena sottilissima e indefinibile: la pena ch’esse fossero sempre esistite oltre e fuori dell’esistenza e anche dell’immaginazione di lei; la pena d’essere tra loro estranea e di passaggio, e ch’esse senza di lei avrebbero seguitato a vivere per sè con le loro proprie vicende.
Ecco lì le umili case di un villaggio: tetti e finestre e porte e scale e strade: la gente che vi dimorava era, come per tanti anni era stata lei nella sua cittaduzza, chiusa lì in quel punto di terra, con le sue abitudini e le sue occupazioni: oltre a quello che gli occhi arrivavano a vedere, non esisteva più nulla per quella gente; il mondo era un sogno: tanti e tanti lì nascevano e lì crescevano e morivano, senza aver visto nulla di quel che ora andava a veder lei in quel suo viaggio, che era così poco a petto della grandezza del mondo, e che tuttavia a lei sembrava già tanto.
Nel volgere gli occhi, incontrava a quando a quando lo sguardo e il sorriso del cognato, che le domandava:
– Come ti senti?
Gli rispondeva con un cenno del capo:
– Bene.

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