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IL VIAGGIO di Luigi Pirandello | Testo

Col tempo, s’era addormentato ogni rammarico nel cuore di Adriana I figliuoli crescevano, e lei godeva che crescessero con la guida di quello zio. La sua dedizione era divenuta ormai totale cosicché si meravigliava se il cognato o i figliuoli si opponevano a qualche cura soverchia che si dava di loro. Le pareva di non far mai abbastanza. E a che avrebbe dovuto pensare, se non a loro?
Era stato per lei un gran dolore la morte della madre: era venuta a mancarle l’unica compagnia. Da un pezzo parlava con lei come con una sorella; tuttavia, con la madre accanto, lei poteva pensarsi ancora giovane, qual’era in fondo. Sparita la madre, con quei due figliuoli ormai giovinetti, uno di sedici, l’altro di quattordici anni, già alti quasi quanto lo zio, cominciò a sentirsi e a considerarsi vecchia.
Era in quest’animo, allorché per la prima volta le avvenne di avvertire un vago malessere, una stanchezza, una oppressione un po’ a una spalla, un po’ al petto; un certo dolor sordo che le prendeva talvolta anche tutto il braccio sinistro e che di tratto in tratto diventava lancinante e le toglieva il respiro.
Non ne mosse lamento; e forse nessuno lo avrebbe mai saputo, se un giorno a tavola ella non avesse avuto l’assalto d’uno di quei fitti spasimi improvvisi.
Fu chiamato il vecchio medico di casa, il quale fin da principio restò costernato dal ragguaglio di quei sintomi. La costernazione crebbe dopo un lungo e attento esame dell’inferma.
Il male era alla plèura. Ma di che natura? Il vecchio medico, con l’ajuto d’un collega, tentò una puntura esplorativa, senza alcun esito. Poi, notando un certo indurimento nelle glandole sopra e sottoscapolari, consigliò al Braggi di condurre subito la cognata a Palermo, lasciando intendere chiaramente che temeva fosse un tumore interno, forse irrimediabile.
Partire subito non fu possibile. Adriana, dopo tredici anni di clausura, era affatto sprovvista d’abiti per comparire in pubblico e per viaggiare. Bisognò scrivere a Palermo per provvederla con la massima sollecitudine.
Cercò d’opporsi in tutti i modi, assicurando il cognato e i figliuoli che non si sentiva poi così male. Un viaggio? Solo a pensarci, le venivano i brividi. Era poi giusto il tempo che Cesare soleva prendersi le sue vacanze d’un mese. Partendo con lui, gli avrebbe tolto la libertà, ogni piacere. No, no, non voleva a nessun patto! E poi, come, a chi avrebbe lasciato i figliuoli? a chi affidato la casa? Metteva avanti tutte queste difficoltà; ma il cognato e i figliuoli gliele abbattevano con una risata. Si ostinava a dire che il viaggio le avrebbe fatto certo più male. Oh, buon Dio, se non sapeva più neppure come fossero fatte le strade! Non avrebbe saputo muovervi un passo! Per carità, per carità, la lasciassero in pace!
Quando da Palermo arrivarono gli abiti e i cappelli, fu per i due figliuoli un tripudio.
Entrarono esultanti con le grosse scatole avvolte nella tela cerata, in camera della madre, gridando, strepitando, ch’ella dovesse subito subito provarseli. Volevano veder bella la loro mammina, come non la avevano veduta mai. E tanto dissero, tanto fecero, che dovette arrendersi e contentarli.
Erano abiti neri, da lutto anche quelli, ma ricchissimi e lavorati con meravigliosa maestria. Ormai ignara affatto di mode, inesperta, non sapeva da che parte prenderli per vestirsene. Dove e come agganciare i tanti uncinetti che trovava qua e là? Quel colletto, oh Dio, così alto? E quelle maniche, con tanti sbuffi… Usavano adesso così?

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