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IL VIAGGIO di Luigi Pirandello | Testo

A inoltrarsi fin dove quelle straducole terminavano, la vista della distesa ondeggiante delle terre arse dalle solfare, accorava. Alido il cielo, alida la terra, da cui nel silenzio immobile, addormentato dal ronzio degli insetti, dal fritinnìo di qualche grillo, dal canto lontano d’un gallo o dall’abbajare d’un cane, vaporava denso nell’abbagliamento meridiano l’odore di tante erbe appassite, dal grassume delle stalle sparso.
In tutte le case, anche nelle poche signorili, mancava l’acqua; nei vasti cortili, come in capo alle vie, c’erano vecchie cisterne alla mercé del cielo; ma anche d’inverno pioveva poco; quando pioveva era una festa: tutte le donne mettevan fuori conche e buglioli, vaschette e botticine, e stavano poi su gli usci con le vesti di baracane raccolte tra le gambe a vedere l’acqua piovana scorrere a torrenti per i ripidi viottoli, a sentirla gorgogliare nelle grondaie e per entro ai doccioni e ai cannoni delle cisterne. Si lavavano i ciottoli, si lavavano i muri delle case, e tutto pareva respirasse più lieve nella freschezza fragrante della terra bagnata.
Gli uomini, tanto o quanto, trovavano nella varia vicenda degli affari, nella lotta dei partiti comunali, nel Caffè o nel Casino di compagnia, la sera, da distrarsi in qualche modo; ma le donne, in cui fin dall’infanzia s’era costretto a isterilire ogni istinto di vanità, sposate senz’amore, dopo avere atteso come serve alle faccende domestiche sempre le stesse, languivano miseramente con un bambino in grembo o col rosario in mano, in attesa che l’uomo, il padrone, rincasasse.
Adriana Braggi non aveva amato affatto il marito.
Debolissimo di complessione e in continuo orgasmo per la cagionevole salute, quel marito l’aveva oppressa e torturata quattr’anni, geloso fin anche del fratello maggiore, a cui sapeva d’aver fatto, sposando, un grave torto, anzi un vero tradimento. Ancora, là, di tutti i figli maschi d’ogni famiglia ricca uno solo, il maggiore, doveva prendere moglie, perché le sostanze del casato non andassero sparpagliate tra molti eredi.
Cesare Braggi, il fratello maggiore, non aveva mai dato a vedere d’essersi avuto a male di quel tradimento, forse perché il padre, morendo poco prima di quelle nozze, aveva disposto che il capo della famiglia rimanesse lui e che il secondogenito ammogliato gli dovesse obbedienza intera.
Entrando nella casa antica dei Braggi, Adriana aveva provato una certa umiliazione nel sapersi così soggetta al cognato. La sua condizione era diventata doppiamente penosa e irritante, allorché il marito stesso, nella furia della gelosia, le aveva lasciato intendere che Cesare aveva già avuto in animo di sposar lei. Non aveva saputo più come contenersi di fronte al cognato; e tanto più imbarazzo era cresciuto, quanto meno il cognato aveva fatto pesare la sua potestà su lei, accolta fin dal primo giorno con cordiale franchezza di simpatia e trattata come una vera sorella.
Era di modi gentili, e nel parlare e nel vestire e in tutti i tratti, d’una squisita signorilità naturale, che né il contatto della ruvida gente del paese, né le faccende a cui attendeva, né le abitudini di rilassata pigrizia, a cui quella vuota e misera vita di provincia induceva per tanti mesi dell’anno, avevano potuto mai, non che arrozzire, ma neppure alterare d’un poco.
Ogni anno, del resto, per parecchi giorni, spesso anche per più d’un mese, s’allontanava dalla cittaduzza e dagli affari. Andava a Palermo, a Napoli, a Roma, a Firenze, a Milano, a tuffarsi nella vita, a prendere – com’egli diceva un bagno di civiltà. Ritornava da quei viaggi ringiovanito nell’anima e nel corpo.

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