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LA MOSCA di Luigi Pirandello | Testo

Trafelati, ansanti, per far piú presto, quando furono sotto il borgo, – su, di qua, coraggio! – s’arrampicarono per la scabra ripa cretosa, ajutandosi anche con le mani – forza! forza! – poiché gli scarponi imbullettati – Dio sacrato! – scivolavano.
Appena s’affacciarono paonazzi sulla ripa, le donne, affollate e vocianti intorno alla fontanella all’uscita del paese, si voltarono tutte a guardare. O non erano i fratelli Tortorici, quei due là? Sì, Neli e Saro Tortorici. Oh poveretti! E perché correvano così?
Neli, il minore dei fratelli, non potendone piú, si fermò un momento per tirar fiato e rispondere a quelle donne; ma Saro se lo trascinò via, per un braccio.
– Giurlannu Zarú, nostro cugino! – disse allora Neli, voltandosi, e alzò una mano in atto di benedire.
Le donne proruppero in esclamazioni di compianto d’orrore: una domandò, forte:
– Chi è stato?
– Nessuno: Dio! – gridò Neli da lontano.
Voltarono, corsero alla piazzetta, ov’era la casa del medico condotto.
Il signor dottore, Sidoro Lopiccolo, scamiciato, spettorato, con una barbaccia di almeno dieci giorni su le guance flosce, e gli occhi gonfi e cisposi, s’aggirava per le stanze, strascicando le ciabatte e reggendo su le braccia una povera malatuccia ingiallita, pelle e ossa, di circa nove anni.
La moglie, in un fondo di letto, da undici mesi; sei figliuoli per casa, oltre a quella che teneva in braccio, ch’era la maggiore, laceri, sudici, inselvaggiti; tutta la casa, sossopra, una rovina: cocci di piatti, bucce, l’immondizia a mucchi sui pavimenti; seggiole rotte, poltrone sfondate, letti non piú rifatti chi sa da quanto tempo, con le coperte a brandelli, perché i ragazzi si spassavano a far la guerra sui letti, a cuscinate; bellini!
Solo intatto, in una stanza ch’era stata salottino, un ritratto fotografico ingrandito, appeso alla parete; il ritratto di lui, del signor dottore Sidoro Lopiccolo, quand’era ancora giovincello, laureato di fresco: lindo, attillato e sorridente.
Davanti a questo ritratto egli si recava ora, ciabattando; gli mostrava i denti in un ghigno aggraziato, s’inchinava e gli presentava la figliuola malata, allungando le braccia.
– Sisiné, eccoti qua!
Perché così, Sisiné, lo chiamava per vezzeggiarlo sua madre, allora; sua madre che si riprometteva grandi cose da lui ch’era il beniamino, la colonna, lo stendardo della casa.
– Sisiné!
Accolse quei due contadini come un cane idrofobo.
– Che volete?
Parlò Saro Tortorici, ancora affannato, con la berretta in mano:
– Signor dottore, c’è un poverello, nostro cugino, che sta morendo…
– Beato lui! Sonate a festa le campane! – gridò il dottore.
– Ah nossignore! Sta morendo, tutt’a un tratto, non si sa di che. Nelle terre di Montelusa, in una stalla.
Il dottore si tirò un passo indietro e proruppe, inferocito:
– A Montelusa?
C’erano, dal paese, sette miglia buone di strada. E che strada!
– Presto presto, per carità – pregò il Tortorici. – È tutto nero, come un pezzo di fegato! gonfio, che fa paura. Per carità!
– Ma come, a piedi? – urlò il dottore. – Dieci miglia a piedi? Voi siete pazzi! La mula! Voglio la mula. L’avete portata?
– Corro subito a prenderla, – s’affrettò a rispondere il Tortorici. – Me la faccio prestare.
– Ed io allora, – disse Neli, il minore, – nel frattempo, scappo a farmi la barba.
Il dottore si voltò a guardarlo, come se lo volesse mangiar con gli occhi.
– È domenica, signorino, – si scusò Neli, sorridendo, smarrito. – Sono fidanzato.
– Ah, fidanzato sei? – sghignò allora il medico, fuori di sé. – E pigliati questa, allora!
Gli mise, così dicendo, sulle braccia la figlia malata; poi prese a uno a uno gli altri piccini che gli s’erano affollati attorno e glieli spinse di furia fra le gambe:
– E quest’altro! e quest’altro! e quest’altro! e quest’altro! Bestia! bestia! bestia!
Gli voltò le spalle, fece per andarsene, ma tornò indietro, si riprese la malatuccia e gridò ai due:
– Andate via! La mula! Vengo subito.

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