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PUBERTA’ di Luigi Pirandello | Testo

la concessione d’adottarla per portarsela via, via lontano dall’incubo di quella nonna, dalla benevolenza così ostentatamente pietosa della zia; a Londra, in America, per poi sposarla colà a un nipote o al figlio d’un amico?
Questa stramberia del vecchio signore inglese o americano le era entrata nella testa per non ammettere che, almeno subito, la liberazione le potesse venire da un matrimonio. Da quelle torbide sensazioni che le ingombravano impetuosamente l’animo di vergogna e di dispetto per le precoci esuberanze del suo corpo, e anche da come gli uomini la guardavano per via, glien’era già nata l’idea, come d’una cosa possibile, ma da arrossirne: eh via, sì! sposare, alla sua età! Per non arrossirne, ci metteva di mezzo, come a riparo, la inverosimiglianza di quel caso d’adozione da parte di un vecchio signore inglese o americano; inglese o americano perché, dovendo sposare – ah questo sì, sul serio – non avrebbe sposato che un inglese o un americano, lavato a sette acque e con un po’ di cielo, con un po’ di cielo almeno negli occhi.
Studiava l’inglese per questo.
Curioso che, tenendo così lontana l’idea del matrimonio per non arrossirne, non avesse finora veduto nella persona di Mr. Walston, suo professore, vicinissimo l’inglese che avrebbe potuto sposarla.
Subito diventò di bragia, come se Mr. Walston le stésse lì davanti per questo; e si sentì raccapricciare da capo a piedi notando che anche lui, a sua volta, arrossiva. Eppure sapeva bene che il signor Walston per sua natura arrossiva di nulla: ne aveva tanto riso come di cosa ridicolissima in un uomo di così potente corporatura, quantunque veramente dall’aria bambinesca.
Pareva più enorme, lì in piedi, presso il gracile tavolinetto dorato del salotto, davanti la finestra, dove di solito le impartiva la lezione. Tutto vestito estivamente di grigio chiaro: la camicia celeste, le scarpe gialle. E sorrideva d’un sorriso vano, scoprendo nell’apertura della larga bocca i pochi denti che per una infermità delle gengive gli restavano. Sorrideva, senza neppur sapere d’avere arrossito nell’alzarsi all’entrata della sua piccola alunna, lontanissimo com’era dal pensiero che questa aveva fatto su lui. Invitato a sedere, prese dal tavolino la grammatica inglese, guardò di sopra le lenti con gli occhi azzurri inteneriti l’alunna come a raccomandarsi di non essere interrotto nella lettura dai soliti irrefrenabili scatti di riso alla pronunzia di certe parole; e si mise a leggere, accavalciando una gamba sull’altra.
Ora avvenne che, così grosso com’era, nell’accavalciare la gamba scoprì sopra la calza bianca di filo, quasi tutto il polpaccio, con l’elastico tirato della vecchia giarrettiera color di rosa. Dreetta lo intravide e subito ne provò schifo: quello schifo che pure attira a guardare. Notò che la pelle di quel polpaccio era d’un bianco smorto e che su quella pelle s’arricciolava qua e là qualche metallico peluzzo rossiccio. Nella penombra tutto il salotto pareva in un’immobile attesa, come per fare avvertire di più in più a Dreetta il contrasto tra la sua strana ansia esasperata da quello schifo, quasi da un contatto scottante di vergogna, e la placidità estranea e pensante di quel grosso inglese che leggeva, col polpaccio scoperto, come un qualunque marito già sordo a tutte le sensibilità della moglie.

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