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PUBERTA’ di Luigi Pirandello | Testo

L’abitino alla marinara non era più per lei: la nonna avrebbe dovuto capirlo.
Certo, trovare un modo grazioso di vestirla, che non fosse più da ragazzina e non ancora da grande, non era facile. Aveva visto jeri la Gianchi: che orrore, poverina! Impastojata in un sottanone grigio peloso lungo fin quasi alla noce del piede, non sapeva più come muoverci dentro le gambe.
Anche lei però, con tutto quel seno in quella giubbetto da bimba!
Sbuffava e scoteva con stizza la testa.
L’avvertimento della fragrante esuberanza del suo corpo, in certe ore, la congestionava. L’odore dei suoi capelli densi, neri, un po’ ricciuti e aridi, quando se li scioglieva per lavarseli; l’odore che le esalava da sotto le braccia nude quando le alzava per sollevare il soffocante volume di quei capelli; l’odore della cipria intrisa di sudore, le davano smanie più di nausea che d’ebbrezza: per le tante cose segrete e ingombranti che quell’improvvisa e violenta crescenza le aveva d’un tratto rivelate.
Cose che, certe sere mentre si spogliava per andare a letto, se ci fissava appena il pensiero o un’immagine le balzava davanti, dalla rabbia e dallo schifo che n’aveva, avrebbe scaraventato le scarpette contro l’armadio laccato bianco a tre luci, dirimpetto, dove si vedeva tutta, così mezza nuda, con una gamba tirata un po’ sconciamente sull’altra. Si sarebbe presa a morsi, graffiata, a piangere da non finir più. Poi le veniva da ridere, convulsa, tra le lagrime; e se pensava d’asciugarsi quelle lagrime, ecco che si buttava a piangere di nuovo. Forse era una sciocca. Chi sa perché, una cosa così naturale, le doveva parer tanto curiosa?
Già con quella prontezza che hanno le donne a capire da uno sguardo che s’è fatto un pensiero su loro, se un uomo la guardava per via, abbassava subito gli occhi.
Non capiva ancora in che potesse consistere il pensiero che un uomo può fare su una donna. Turbata con gli occhi bassi, provava un irritante ribrezzo, rafffigurandosi nell’incertezza, senza volerlo, qualche intimo segreto del suo corpo, come se lo conosceva.
Senza più guardare, si sentiva guardata.
E si struggeva d’indovinare che cosa guardassero gli uomini a preferenza in una donna. Ma questo, forse, l’aveva già indovinato.
Appena sola, in casa, si lasciava cader di mano i libri di scuola o i guanti, apposta per chinarsi a raccattarli. Chinandosi, dalla scollatura si sbirciava il seno. Non aveva però finito d’intravederselo e d’avvertirne appena il peso, che s’acchiappava il grosso nodo del fazzoletto nero di seta sotto il bavero della giubbetta alla marinara e se lo strappava subito in su, in su, fino agli occhi, disgustatissima.
Un momento dopo, raccoglieva con l’una e con l’altra mano da ambo le parti la stoffa di quella giubbetto; se la stirava in giù, perché le aderisse al busto eretto; andava davanti allo specchio; si compiaceva anche della promettente curva dei fianchi:
– Seducentissima signorina!
E scoppiava a ridere.
Sentì la voce bizzosa della nonna, che la chiamava giù, dall’hall del villino, per la lezione d’inglese.
La nonna, per farla stizzire, la chiamava al solito Dreina e non Dreetta come lei voleva esser chiamata. Bene: sarebbe discesa, quando finalmente alla nonna sarebbe venuto in mente di chiamarla Dreetta e non Dreina.
– Dreetta! Dreetta!
– Eccomi, nonna.
– Eh, santo Dio. Fai aspettare il professore.
– Scusami. Ho sentito ora.

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