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TIROCINIO di Luigi Pirandello| Testo

Da una settimana vedevamo Carlino Sgro per il Corso, per Via Nazionale, per Via Ludovisi, passare in botte, di galoppo, accanto a un enorme mammifero in gonnella. Le lunghe piume nere del cappellaccio, che pareva un nido di corvi, le svolazzavano al vento.
Tutta la gente si fermava a mirare con occhi spalancati, a bocca aperta.
Noi amici, quasi sgomenti, nel vedercelo passar davanti, gli lanciavamo ogni volta un grido affettuoso o lo chiamavamo per nome, tendendogli le braccia; e lui, lui subito si voltava a salutarci con larghi e ripetuti gesti, che ci pareva invocassero disperatamente ajuto.
Carlino Sgro da due anni aveva lasciato Roma per Milano, e non s’era più fatto vivo con nessuno di noi. Ora, d’improvviso, rieccolo a Roma, in quella turbinosa apparizione che aveva del tragico e del carnevalesco.
Qualcuno di noi finse di mostrarsene seriamente impensierito. Senza dubbio Carlino era in pericolo; dovevamo salvarlo a ogni costo da quel mostro che lo aveva rapito e se lo trascinava chi sa a qual bufera infernale. Come salvarlo? Ma volando a San Marcello, perdio, a denunziare il ratto alla questura, o piuttosto, assaltando, là, senz’altro, la carrozza e strappando, a viva forza, la vittima dalle braccia di quell’orribile mostro.
Discutevamo ancora, al Circolo, sul partito da prendere, quand’ecco – fresco e sorridente – Carlino Sgro davanti a noi.
Gli saltammo al collo tutti quanti insieme, baciandolo dove ci veniva fatto, alle spalle, sul petto, sulle braccia, sulla nuca, fino a lasciarlo per un pezzo boccheggiante come un pesce. Per farlo rinvenire, gli rovesciammo subito addosso una tempesta di domande insieme con gli epiteti più graziosi, con cui eravamo soliti d’accoglierlo ogni sera, al Circolo, quand’egli stava a Roma: – Vecchia canaglia! Mummia inglese! Orangutàn! Figlio di Nouma Hawa! – ecc. ecc.
(Veramente Carlino Sgro pare una scimmia e pare un inglese: una scimmia, perché – non ci ha colpa – ha la bocca per lo meno quattro dita sotto al naso; un inglese, perché biondo, con gli occhi ceruli, e perché nessun inglese al mondo ha mai vestito e camminato più inglesemente di lui.)
Chi lo crederebbe? Si mostrò stupito della profonda costernazione in cui noi tutti eravamo stati per lui un’intera settimana.
– Come! – esclamò. – Ma quella è la Montroni, signori miei! Non conoscete la Montroni?
Ci guardammo tutti negli occhi. Nessuno di noi conosceva la Montroni. Solo Carinèi domandò:
– Pompea Montroni, la cantante?
Sgro indignato e stizzito, diede una spallata:
– Ma celebre, perdio! Soprano di cartello! Dite sul serio o siete della Papuasia? Non la ricordate più nella Gioconda? Era il nostro cavallo di battaglia! L’amo come il fulgor del creato… Faceva tremare la Scala e il San Carlo.
– Faceva? Dunque ora è sfiatata?
Carlino Sgro atteggiò la faccia di fierissimo disprezzo e rispose:
– Vi prego di credere che la nostra voce è ancora divinamente bella, più divinamente bella di quando facevamo andare in visibilio le platee del mondo intero, e ci staccavano i cavalli dalla vettura. Ma abbiamo una piccola palpitazione di cuore, un disturbetto cardiaco che non è nulla, rassicuratevi, ma che potrebbe diventare grave. Dio liberi e anche… sì, anche fatale, ci hanno detto i medici, se seguitiamo a rimanere nell’arte e a cantare. Così, per prudenza, ci siamo ritirati.
– E tu, vecchio scimmione, – gli gridammo, – hai il coraggio di scarrozzarti per il Corso quella carcassa sfiatata? E non ti vergogni?
– Vedo, – disse Carlino Sgro addoloratissimo, – che voi malignate, amici miei. Vi compatisco. Ah che vuol dire non vivere a Milano!

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