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L’ONDA di Luigi Pirandello | Testo

I
Era Giulio Accurzi, come si suol dire in società, un bel giovine: trentatré anni, facoltoso, elegante, non privo di spirito. Godeva poi, nel concetto degli amici, d’una specialità: s’innamorava costantemente delle sue inquiline.
Possedeva una casa a due piani: affittava il primo, a cui era annesso un terrazzo, che dava su un grazioso giardinetto riserbato per un’angusta scala interna al secondo piano; abitava in questo con la madre paralitica, relegata da parecchi anni in poltrona.
Di quando in quando gli amici lo perdevan di vista, e allora si poteva ritenere con certezza, che l’ingegnere Giulio Accurzi s’era già messo a far l’aggraziato con la filia hospitalis del piano inferiore.
Eran per lui questi amoreggiamenti come uno dei comodi del suo bene stabile. L’inquilino padre notava, con compiacenza, la squisita educazione e le premure del padron di casa; la figlia non sapeva mai bene, se quelle premure fossero veramente effetto della squisita educazione, come argomentava il padre, o dell’amore, come a lei era parso qualche volta di dover capire.
In ciò l’ingegnere Accurzi dimostrava davvero del talento.
Nei primi mesi della locazione egli civettava dal balcone sul terrazzo; ed era il primo stadio, detto: dell’amore in giù. Poi passava al secondo stadio: dell’amore in su, cioè dal giardino al terrazzo; e questo soleva accadere sull’entrare della primavera. Allora egli mandava in regalo col vecchio giardiniere dei frequenti mazzi di fiori al primo piano: viole, geranii, lillà… Talvolta si spingeva fino a lanciar lui stesso dal giardino, con molto garbo, qualche magnifica alba plena alle due rosee mani tese in alto e aspettanti. E la luna soleva assistere dall’alto a queste scene, e Giulio Accurzi si chinava per chiasso a carezzar l’ombra della fanciulla projettata dal terrazzo sull’arena dorata del giardino. La fanciulla, dalla balaustrata di marmo, rideva sommessamente e dimenava la testa, o si tirava indietro d’un colpo per sfuggire con l’ombra all’innocua carezza. Ma tutto doveva finir lì, o altrimenti la scappatoja era pronta. Egli, dispiacente, annunziava al padre, che «col nuovo anno era costretto a rincarar la pigione». I suoi contratti con gli inquilini avevan tutti la durata d’un anno.
Prima che sua madre s’ammalasse così gravemente, Giulio Accurzi non aveva mai pensato sul serio a prender moglie.
– Eppure tu saresti l’ideale dei mariti! – gli dicevano gli amici. – Tu cerchi la comodità nell’amore. Riduci i due piani a un piano solo.

II
Quando la signora Sarni con la figlia venne ad abitare nel primo piano, Agata era da tre anni promessa sposa a Mario Corvaja, il quale allora si trovava in Germania a perfezionare i suoi studii di filologia. Quel fidanzamento aveva avuto tristi vicende, e pareva che il giorno delle nozze si perdesse ancora tra le nebbie dell’incertezza. Mario Corvaja, è vero, sarebbe ritornato tra breve dalla Germania; ma chi sa quanto tempo ancora avrebbe dovuto aspettare un concorso per qualche cattedra di filologia all’Università.
Giulio Accurzi ignorava tutto ciò, però non sapeva rendersi ragione dell’aria dolente della signorina Sarni. La vedeva di raro sul terrazzo, al vespero, pallida, con sulle spalle uno scialletto di color roseo mitissimo, e la veste nera.
Dal balcone studiava ogni menomo atto di lei. Ella si fermava di preferenza a guardar due canerini in una gabbia sospesa a un palo del terrazzo; quelle due bestioline cantavano allegramente tutto il giorno; o si fermava ad osservare i vasi di fiori allineati sulla balaustrata di marmo, dei quali la madre, donn’Amalia Sarni, aveva straordinaria cura. La fanciulla raccoglieva due tre violette, poi si ritirava, come tenuta da altri pensieri, senza gittar mai uno sguardo al giardino sottostante, né levar gli occhi, sia pur di sfuggita, al balcone, dove l’ingegnere Accurzi, tosserellando di tanto in tanto, o smovendo a posta la seggiola, si struggeva di smania e di stizza per la noncuranza di lei.
Quelle violette chiuse in una lettera, schiacciate da tanti bolli postali, dovevan correre molta terra, andar lontano, lontano, fino ad Heidelberg sul Reno, lassù… Che ne sapeva Giulio Accurzi?
Egli era incantato della pace soavissima che regnava in quella casa, al primo piano, piena di fiori freschi e di luce, una pace e un silenzio quasi conventuali. Donn’Amalia, alta e magnifica dalla faccia placida e ancor bella, non ostante i sessant’anni, attendeva con passo pesante, senza mai scomporsi, alle faccende di casa; poi, sul vespro, ai fiori, come la mattina alle pratiche religiose, perché ella era molto divota.
La figlia conduceva altra vita. Si levava tardi da letto, sonava un po’ il pianoforte, più per distrazione che per diletto; poi, dopo colazione, leggeva o ricamava; la sera, o usciva un po’ colla madre, o rimaneva in casa a leggere o a sonare: non chiesa, né faccende domestiche, mai. Tuttavia, tra madre e figlia, un perfetto accordo, una tacita intesa, sempre.

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