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NIENTE di Luigi Pirandello | Testo

– Ai suoi ordini, pregiatissimo signore!
– Un povero giovine, – prende a dir subito il signore rimontando su la botticella e stendendo la coperta su le gambe del dottore e su le proprie.
– Ah, bravo! Grazie.
– Un povero giovine che m’era stato tanto raccomandato da un mio fratello, perché gli trovassi un collocamento. Eh già, capisce? come se fosse la cosa piú facile del mondo; t-o-to, fatto. La solita storia. Pare che stiano all’altro mondo, quelli della provincia: credono che basti venire a Roma per trovare un impiego: t-o-to, fatto. Anche mio fratello, sissignore! m’ha fatto questo bel regalo. Uno dei soliti spostati, sa: figlio d’un fattore di campagna, morto da due anni al servizio di questo mio fratello. Se ne viene a Roma, a far che? niente, il giornalista, dice. Mi presenta i titoli: la licenza liceale e uno zibaldone di versi. Dice: “Lei mi deve trovar posto in qualche giornale”. Io? Roba da matti! Mi metto subito in giro per fargli ottenere il rimpatrio dalla questura. E intanto, potevo lasciarlo in mezzo alla strada, di notte? Quasi nudo, era; morto di freddo, con un abituccio di tela che gli sventolava addosso; e due o tre lire in tasca: non piú di tanto. Gli do alloggio in una mia casetta, qua, a San Lorenzo, affittata a certa gente… lasciamo andare! Gentuccia che subaffitta due camerette mobiliate. Non mi pagano la pigione da quattro mesi. Me n’approfitto; lo ficco lí a dormire. E va bene! Passano cinque giorni; non c’è verso d’ottenere il foglio di rimpatrio dalla questura. La meticolosità di questi impiegati: come gli uccelli, sa? cacano da per tutto, scusi! Per rilasciare quel foglio debbono far prima non so che pratiche là, al paese; poi qua alla questura. Basta: questa sera ero a teatro, al Nazionale. Viene, tutto spaventato, il figlio della mia inquilina a chiamarmi a mezzanotte e un quarto, perché quel disgraziato s’era chiuso in camera, dice, con un braciere acceso. Dalle sette di sera, capisce?
A questo punto il signore si china un poco a guardare nel fondo della vettura il dottore che, durante il racconto, non ha piú dato segno di vita. Temendo che si sia riaddormentato, ripete piú forte:
– Dalle sette di sera!
– Come trotta bene questo cavallino, – gli dice allora il dottore Mangoni, sdrajato voluttuosamente nella vettura.
Quel signore resta, come se al bujo abbia ricevuto un pugno sul naso.
– Ma scusi, dottore, ha sentito?
– Sissignore.
– Dalle sette di sera. Dalle sette a mezzanotte, cinque ore.
– Precise.
– Respira però, sa! Appena appena. È tutto rattrappito, e…
– Che bellezza! Saranno… sí, aspetti, tre… no, che dico tre? cinque anni saranno almeno, che non vado in carrozza. Come ci si va bene!
– Ma scusi, io le sto parlando…
– Sissignore. Ma abbia pazienza, che vuole che m’importi la storia di questo disgraziato?
– Per dirle che sono cinque ore…
– E va bene! Adesso vedremo. Crede lei che gli stia rendendo un bel servizio?
– Come?
– Ma sí, scusi! Un ferimento in rissa, una tegola sul capo, una disgrazia qualsiasi… prestare ajuto, chiamare il medico, lo capisco. Ma un pover’uomo, scusi, che zitto zitto si accuccia per morire?
– Come! – ripete, vieppiù trasecolato, quel signore.

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