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NIENTE di Luigi Pirandello | Testo

– E lo chiami, perdio!
– Eh, una parola! Capace di tirarmi un calcio, sa?
– Ma è medico?
– Medico, medico. Il dottor Mangoni.
– E tira calci?
– Capirà, svegliarlo a quest’ora…
– Lo chiamo io!
E il signore, risolutamente, si china sul divanuccio e scuote il dormente.
– Dottore! dottore!
Il dottor Mangoni muggisce dentro la barbaccia arruffata che gl’invade quasi fin sotto gli occhi le guance; poi stringe le pugna sul petto e alza i gomiti per stirarsi; infine si pone a sedere, curvo, con gli occhi ancora chiusi sotto le sopracciglia spioventi. Uno dei calzoni gli è rimasto tirato sul grosso polpaccio della gamba e scopre le mutande di tela legate all’antica con una cordellina sulla rozza calza nera di cotone.
– Ecco, dottore… Subito, la prego, – dice impaziente il signore. – Un caso d’asfissia…
– Col carbone? – domanda il dottore, volgendosi ma senza aprir gli occhi. Alza una mano a un gesto melodrammatico e, provandosi a tirar fuori la voce dalla gola ancora addormentata, accenna l’aria della “Gioconda”: Suicidio? In questi fieeeriii momenti…
Quel signore fa un atto di stupore e d’indignazione. Ma il dottor Mangoni, subito, arrovescia indietro il capo e incignando ad aprire un occhio solo:
– Scusi, – dice, – è un suo parente?
– Nossignore! Ma la prego, faccia presto! Le spiegherò strada facendo. Ho qui la vettura. Se ha da prendere qualche cosa…
– Sí, dammi… dammi… – comincia a dire il dottor Mangoni, tentando d’alzarsi, rivolto al giovine di farmacia.
– Penso io, penso io, signor dottore, – risponde quello, girando la chiavetta della luce elettrica e dandosi attorno tutt’a un tratto con una allegra fretta che impressiona l’avventore notturno.
Il dottor Mangoni storce il capo come un bue che si disponga a cozzare, per difendersi gli occhi dalla súbita luce.
– Sí, bravo figliuolo, – dice. – Ma mi hai accecato. Oh, e il mio elmo? dov’è?
L’elmo è il cappello. Lo ha, sí. Per averlo, lo ha: positivo. Ricorda d’averlo posato, prima d’addormentarsi, su lo sgabello accanto al divanuccio. Dov’è andato a finire?
Si mette a cercarlo. Ci si mette anche l’avventore; poi anche il vetturino, entrato a riconfortarsi al caldo della farmacia. E intanto il commesso farmacista ha tutto il tempo di preparare un bel paccone di rimedii urgenti.
– La siringa per le iniezioni, dottore, ce l’ha?
– Io? – si volta a rispondergli il dottor Mangoni con una maraviglia che provoca in quello uno scoppio di risa.
– Bene bene. Dunque, si dice, carte senapate. Otto, basteranno? Caffeina, stricnina. Una Pravaz. E l’ossigeno, dottore? Ci vorrà pure un sacco d’ossigeno, mi figuro.
– Il cappello ci vuole! il cappello! il cappello prima di tutto! – grida tra gli sbuffi il dottor Mangoni. E spiega che, tra l’altro, c’è affezionato lui a quel cappello, perché è un cappello storico: comperato circa undici anni addietro in occasione dei solenni funerali di Suor Maria dell’Udienza, Superiora del ricovero notturno al vicolo del Falco, in Trastevere, dove si reca spesso a mangiare ottime ciotole di minestra economica, e a dormire, quando non è di guardia nelle farmacie.
Finalmente il cappello è trovato, non lí nel laboratorio ma di là, sotto il banco della farmacia. Ci ha giocato il gattino.
L’avventore freme d’impazienza. Ma un’altra lunga discussione ha luogo, perché il dottor Mangoni, con la tuba tutta ammaccata tra le mani, vuole dimostrare che il gattino, sí, senza dubbio, ci ha giocato, ma che anche lui, il giovine di farmacia, le ha dovuto dare col piede, per giunta, una buona acciaccata sotto il banco. Basta. Un gran pugno allungato dentro la tuba, che per miracolo non la sfonda, e il dottor Mangoni se la butta in capo su le ventitré.

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