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NIENTE di Luigi Pirandello | Testo

La botticella che corre fragorosa nella notte per la vasta piazza deserta, si ferma davanti al freddo chiarore d’una vetrata opaca di farmacia all’angolo di via San Lorenzo. Un signore impellicciato si lancia sulla maniglia di quella vetrata per aprirla. Piega di qua, piega di là – che diavolo? – non s’apre.
– Provi a sonare, – suggerisce il vetturino.
– Dove, come si suona?
– Guardi, c’è lí il pallino. Tiri.
Quel signore tira con furia rabbiosa.
– Bell’assistenza notturna!
E le parole, sotto il lume della lanterna rossa, vaporano nel gelo della notte, quasi andandosene in fumo.
Si leva lamentoso dalla prossima stazione il fischio d’un treno in partenza. Il vetturino cava l’orologio; si china verso uno dei fanaletti; dice:
– Eh, vicino le tre…
Alla fine il giovine di farmacia, tutto irto di sonno, col bavero della giacca tirato fin sopra gli orecchi, viene ad aprire.
E subito il signore:
– C’è un medico?
Ma quegli, avvertendo sulla faccia e sulle mani il gelo di fuori, dà indietro, alza le braccia, stringe le pugna e comincia a stropicciarsi gli occhi, sbadigliando:
– A quest’ora?
Poi, per interrompere le proteste dell’avventore, il quale – ma sí, Dio mio, sí – tutta quella furia, sí, con ragione: chi dice di no? – ma dovrebbe pure compatire chi a quell’ora ha anche ragione d’aver sonno – ecco, ecco, si toglie le mani dagli occhi e prima di tutto gli fa cenno d’aspettare; poi, di seguirlo dietro il banco, nel laboratorio della farmacia.
Il vetturino intanto, rimasto fuori, smonta da cassetta e vuole prendersi la soddisfazione di sbottonarsi i calzoni per far lí apertamente, al cospetto della vasta piazza deserta tutta intersecata dai lucidi binarii delle tramvie, quel che di giorno non è lecito senza i debiti ripari.
Perché è pure un piacere, mentre qualcuno si dibatte in preda a qualche briga per cui deve chiedere agli altri soccorso e assistenza, attendere tranquillamente, cosí, alla soddisfazione d’un piccolo bisogno naturale, e veder che tutto rimane al suo posto: là, quei lecci neri in fila che costeggiano la piazza, gli alti tubi di ghisa che sorreggono la trama dei fili tramviarii, tutte quelle lune vane in cima ai lampioni, e qua gli uffici della dogana accanto alla stazione.
Il laboratorio della farmacia, dal tetto basso, tutto scaffalato, è quasi al bujo e appestato dal tanfo dei medicinali. Un sudicio lumino a olio, acceso davanti a un’immagine sacra sulla cornice dello scaffale dirimpetto all’entrata, pare non abbia voglia di far lume neanche a se stesso. La tavola in mezzo, ingombra di bocce, vasetti, bilance, mortaj e imbuti, impedisce di vedere in prima se sul logoro divanuccio di cuojo, là sotto a quello scaffale dirimpetto all’entrata, sia rimasto a dormire il medico di guardia.
– Eccolo, c’è – dice il giovine di farmacia, indicando un pezzo d’omone che dorme penosamente, tutto aggruppato e raffagottato, con la faccia schiacciata contro la spalliera.

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