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CANDELORA di Luigi Pirandello | Testo

Nane Papa, con le mani grassocce appese alle falde del vecchio panama sformato, dice a Candelora:
– Non ti conviene. Dai retta a me, cara. Non ti conviene.
E Candelora, su le furie, gli grida:
– E che mi conviene allora? rimanere con te? crepare qua di rabbia, di schifo?
Nane Papa, placido, calcandosi sempre piú il panama:
– Sì, cara. Ma senza crepare. Con un po’ di pazienza. Guarda, per dirla com’è, Chico…
– Ti proibisco di chiamarlo così!
– E non lo chiami così tu?
– Appunto perché lo chiamo io così!
– Ah, bene. Credevo di farti piacere. Vuoi allora che lo chiami il barone? Il barone. Dico che il barone ti ama, Candelora mia, e spende per te…
– Ah, per me spende? Buffone! Mascalzone! Non spende assai piú per te?
– Se non mi lasci finire… Spende per me e per te, il barone. Ma vedi? Se spende assai piú per me, che significa? Sii ragionevole. Significa che dà prezzo a te unicamente perché tu ricevi il lustro da me. Questo non lo puoi negare.
– Lustro? – torna a gridare Candelora, al colmo della rabbia. – Sì, lustro di queste…
Alza un piede e gli mostra la scarpa.
– Vergogna ricevo! vergogna! vergogna!
Nane Papa sorride, e piú placido che mai risponde:
– No, scusa. Vergogna io, se mai. Sono tuo marito. È tutto qui, credi, Loretta. Se non fossi tuo marito e, sopratutto, se tu non stessi piú con me, sotto questo tetto ospitale, tutto il gusto, capisci? svanirebbe. Qua possono venire a onorarti impunemente, e tutti con un piacere tanto piú grande, quanto piú tu, diciamo così, mi fai disonore e vergogna. Senza piú me, tu, Loretta Papa, diventeresti subito una piccola cosa di poco valore e di molto rischio, per cui Chico…. il barone, non spen… Che fai
Piangi? Ma no, via! Io sto scherzando…
Nane s’accosta a Candelora; fa per passarle una mano sotto il mento; ma Loretta gli ghermisce il braccio; apre la bocca come una belva e gli addenta quel braccio; a lungo, a lungo, senza lasciare, stringendo sempre piú forte, rabbiosamente.
Curvo, per tenerle il braccio comodo all’altezza della bocca, Nane digrigna i denti anche lui, ma per sorridere muto allo spasimo che lo fa impallidire.
Gli occhi gli diventano di punto in punto piú lustri e piú acuti.
Poi, quando i denti di Candelora si staccano, delizia! si sente nel braccio come una bollatura di fuoco.
Non dice nulla.
Tira su pian piano la manica della giacca; quella della camicia non vien su. La tela s’è affondata nella carne viva. La manica bianca è pezzata nel mezzo di rosso. Una chiostra insanguinata; la chiostra dei denti forti di Candelora, impressi lì tutti a uno a uno. A sollevarla ti voglio! Ma alla fine, sempre sorridente e ancora pallidissimo Nane ci riesce. Il braccio è una pietà. In giro, ogni dentata, una ferita, e dentro, la carne è nera.
– Vedi? – dice Nane, mostrandola.
– Il cuore, così, ti mangerei! – rugge Candelora, tutta aggruppata sul sedile.
– Lo so, – dice Nane. – E appunto per questo desiderio vedrai che ti persuaderai a non andartene. Togliti il cappellino, via. Un po’ di tintura di iodio. per levare il veleno; la bambagia fenicata e una fascetta di garza. Su, nel cassetto della mia scrivania. Loretta: il secondo a destra. Lo so che sei una bestiolina di quelle che mordono, e appunto per questo tengo una provvista di rimedi urgenti.
Candelora alza il braccio e lo guarda: guarda di sfuggita il braccio.
Nane, in quell’atto, la ammira.
È una maraviglia di forme e di colori, Candelora, una sfida dispettosa ai suoi occhi di pittore che la scoprono sempre muova e diversa.

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