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LO SCALDINO di Luigi Pirandello | Testo

Quei lecci neri piantati in doppia fila intorno alla vasta piazza rettangolare, se d’estate per far ombra, d’inverno perché servivano? Per rovesciare addosso ai passanti, dopo la pioggia, l’acqua rimasta tra le fronde, a ogni scosserella di vento. E anche per imporrire di piú il povero chiosco di Papa–re, servivano.
Ma senza questo male, del resto riparabile, ch’essi cagionavano d’inverno, sarebbero stati poi un bene, un refrigerio d’estate? No. E dunque? Dunque l’uomo, se qualche cosa gli va bene, se la prende senza ringraziar nessuno, come se ci avesse diritto; poco poco, invece, che gli vada male, s’inquieta e strilla. Bestia irritabile e irriconoscente, l’uomo. Gli basterebbe, santo Dio, non passare sotto i lecci della piazza, quand’è piovuto da poco.
È vero però che, d’estate, Papa–re non poteva goder dell’ombra di quei lecci là, dentro il suo chiosco. Non poteva goderne perché non vi stava mai durante il giorno, né d’estate né d’inverno. Che cosa facesse di giorno e dove se ne stesse, era un mistero per tutti. Tornava ogni volta da via San Lorenzo, e veniva da lontano e con la faccia scura. Il chiosco era sempre chiuso, e Papa–re, quasi senza goderselo, ne pagava la tassa che grava su tutti i beni immobili.
Poteva parere un’irrisione considerar come « immobile » anche questo chiosco di Papa–re, che a momenti camminava solo, dai tanti tarli che lo abitavano, in luogo del proprietario sempre assente. Ma il fisco non bada ai tarli. Anche se il chiosco si fosse messo a passeggiare da sé per la piazza e per le strade, avrebbe pagato sempre la tassa, come un qualunque altro bene immobile davvero.
Dietro il chiosco, un po’ piú là, sorgeva un caffè posticcio, di legname, o – piú propriamente, con licenza del proprietario – una baracca dipinta con cotal pretensione di stil floreale, dove fino a tarda notte certe così dette canzonettiste, con l’accompagnamento d’un pianofortino scordato, dai tasti ingialliti come i denti di un pover’uomo che digiuni per professione, strillavano… ma no, che strillavano, poverette, se non avevano neanche fiato per dire: « Ho fame »?
Eppure, quel caffè–concerto era ogni sera pieno zeppo d’avventori che, con la gola strozzata dal fumo e dal puzzo del tabacco, si spassavano come a un carnevale alle smorfie sguajate e compassionevoli, ai lezii da scimmie tisiche, di quelle femmine disgraziate, le quali, non potendo la voce, mandavano le braccia e piú spesso le gambe ai sette cieli (« Benee! Bravaa! Biiis! »), e parteggiavano anche per questa o per quella, mettendo negli applausi e nelle disapprovazioni tanto calore e tanto accanimento, che piú volte la questura era dovuta intervenire a sedarne la violenza rissosa.
Per questi egregi avventori Papa–re stava, d’inverno, ogni notte fin dopo il tocco, a morirsi di freddo nel chiosco, pisolando, con la sua mercanzia davanti: sigari, candele steariche, scatole di fiammiferi, cerini per le scale, e i pochi giornali della sera, che gli restavano dal giro per le strade consuete.
Sul far della sera, veniva al chiosco e aspettava che una ragazzetta, sua nipotina, gli recasse un grosso scaldino di terracotta; lo prendeva per il manico e, col braccio teso, lo mandava un pezzo avanti e dietro per ravvivarne il fuoco; poi lo ricopriva con un po’ di cenere che teneva in serbo nel chiosco e lo lasciava lì, a covare, senza neanche curarsi di chiudere a chiave lo sportello.
Non avrebbe potuto resistere al freddo della notte per tante ore, senza quello scaldino, Papa–re, vecchio com’era ormai e cadente.

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