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LA TARTARUGA di Luigi Pirandello | Testo

Ha una rara ignoranza di vita Mister Myshkow. La vita per lui non è mai nulla di preciso, né ha alcun peso di cose sapute. Gli può accadere benissimo qualche mattina, vedendosi nudo con una gamba alzata per entrare nella vasca da bagno, di restare stranamente impressionato del suo stesso corpo, come se, in quarantadue anni che lo ha, non l’abbia mai veduto e se lo scopra adesso per la prima volta. Un corpo, Dio mio, non presentabile, così nudo, senza una grande vergogna, neppure ai suoi propri occhi. Preferisce ignorarselo. Ma fa un gran caso tuttavia del fatto che non ha mai pensato che con questo corpo, così com’è in tante parti che nessuno di solito vede, nascoste sotto gli abiti e la calzatura, per quarantadue anni lui s’è aggirato nella vita. Non gli par credibile che tutta la sua vita lui l’abbia vissuta in quel suo corpo. No, no. Chi sa dove, chi sa dove, senz’accorgersene. Forse ha sempre sorvolato, di cosa in cosa, tra le tante che gli sono occorse fin dall’infanzia, quando certamente il suo corpo non era questo, e chi sa come era. È davvero una pena e uno sgomento non riuscire a spiegarsi perché il proprio corpo debba essere necessariamente quello che è, e non un altro diverso. Meglio non pensarci. E nel bagno, torna a sorridere del suo vano sorriso, ignorando di trovarsi già da un pezzo nella vasca. Ah, quelle luminose tendine di mussola insaldate ai vetri della grande finestra, e di su quelle bacchette d’ottone quel lieve grazioso dondolìo nell’aria primaverile delle cime degli alti alberi del parco. Ora lui si sta asciugando quel corpo veramente brutto; ma deve, pur non di meno, convenire che la vita è bella, e tutta da godere anche in quel suo corpaccio che intanto, chi sa come, è potuto entrare nella più segreta intimità con una donna talmente impenetrabile qual è Mistress Myshkow, sua moglie.
Da nove anni ch’è ammogliato, lui è come avvolto e sospeso nel mistero di quella sua unione inverosimile con Mistress Myshkow.
Non ha mai osato farsi avanti, senza restare incerto, dopo ogni passo, se potesse darne un altro; e così alla fine ha provato sempre come un formicolìo d’apprensione in tutto il corpo e di sbigottimento nell’anima nel trovarsi arrivato già parecchio lontano per tutti quei passi sospesi che gli han lasciato fare. Doveva sì o no inferire che dunque doveva farli? Così, un bel giorno, quasi senz’esserne certo, s’era trovato marito di Mistress Myshkow.
Lei è ancora, dopo nove anni, così distaccata e isolata da tutto, dalla propria bellezza di statuetta di porcellana e così chiusa e smaltata in un modo d’essere così impenetrabilmente suo, che proprio pare impossibile che abbia trovato il modo d’unirsi in matrimonio con un uomo così di carne e sanguigno come lui. Si capisce invece benissimo come dalla loro unione siano potuti nascere quei due figli imbozzacchiti. Forse, se Mister Myshkow avesse potuto portarli in grembo lui, invece della moglie, non sarebbero nati così; ma dovette portarli in grembo lei, per nove mesi ciascuno, e allora, concepiti probabilmente interi fin dal principio e costretti a rimanere chiusi per tanto tempo in un ventre di majolica, come confetti in una scatola, ecco, s’erano così tremendamente invecchiati prima ancora che nascessero.
Per tutti i nove anni di matrimonio lui naturalmente è vissuto in apprensione continua che Mistress Myshkow trovasse in qualche sua parola impensata o gesto inopinato il pretesto di domandare il divorzio. Il primo giorno di matrimonio era stato per lui il più terribile perché, come si può facilmente immaginare, c’era arrivato non ben sicuro che Mistress Myshkow sapesse che cosa lui dovesse fare per potersi dire effettivamente suo marito. Ma poi non gli aveva lasciato intendere in alcun modo che si ricordasse della confidenza che lui s’era presa. Proprio come se nulla ci avesse mai messo di suo, perché lui se la potesse prendere, e lei poi ricordare. Eppure una prima figliuola, Helen, era nata; e poi era nato un secondo figliuolo, John. Mai niente. Senza dar segno di nulla, se n’era andata tutt’e due le volte alla clinica e, dopo un mese e mezzo, era rientrata in casa, la prima volta con una bambina e la seconda con un bambino, l’uno più vecchio dell’altra. Cosa da far cadere le braccia. Divieto assoluto, tutt’e due le volte, d’andarle a far visita alla clinica. Cosicché lui, non essendosi potuto accorgere né la prima né la seconda volta che lei fosse incinta e non sapendo poi nulla né delle doglie del parto né della nascita, s’era trovati in casa quei due figli come due cagnolini comperati in viaggio, senza nessuna vera certezza che fossero nati da lei e che fossero suoi.

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